Come si è evoluto il concetto di cittadinanza? Che cosa significa essere cittadini o non esserlo nel secondo millennio? Analisi del concetto di cittadinanza tra globalizzazione ed etno-nazionalismo, e prospettive per un nuovo federalismo europeo.

Le nuove democrazie sono il frutto di lotte e rivoluzioni che hanno lasciato intravedere spiragli di crescita ma che spesso – come è accaduto nella prima metà del Novecento – hanno favorito l’ascesa di populismi e demagogie poi sfociati in dittature, nazionalismi e conflitti che hanno interessato tutto il teatro europeo. Alla luce delle difficoltà e delle opportunità sviluppatesi con la creazione dell’Unione Europea, volta a favorire la promozione di diritti mediante l’attuazione di principi
universalistici, è utile fare riferimento al processo di riforme che hanno contrassegnato la storia del diritto, comparandole teleologicamente ai nuovi possibili strumenti di crescita giuridica e geopolitica del terzo millennio che possono rappresentare un volano di sviluppo per la pace e la cooperazione tra i cittadini del mondo.
Nel linguaggio giuridico tradizionale l’espressione “cittadinanza” indica l’appartenenza di un individuo ad uno Stato e garantisce una serie di diritti e doveri, nonché modalità di appartenenza che in tempi recenti hanno determinato l’acquisizione di un significato più ampio del termine, variabile tra le società e gli
ordinamenti giuridici presi in considerazione. La nozione di cittadinanza comporta parametri e principi per le istituzioni, le politiche e l’azione collettiva in continuo divenire, tendenti ad una rinnovata versione normativa delineata dalla prospettiva cosmopolitica generata dai processi di globalizzazione che hanno influenzato e continueranno ad influenzare gli ordinamenti statali. Alla luce di ciò, Hans Kelsen, dopo aver analizzato i vari ordinamenti positivi, si chiese: “la cittadinanza è un istituto necessario?” Per il giurista austriaco “l’esistenza di uno Stato dipende dall’esistenza di individui i quali sono soggetti al suo ordinamento, ma non dall’esistenza di cittadini. L’istituto giuridico della cittadinanza è di maggiore importanza nei rapporti fra gli Stati che non all’interno di uno Stato. Quando un ordinamento giuridico statale non contiene alcuna norma che secondo il diritto internazionale sia applicabile ai soli cittadini la cittadinanza è un istituto privo di importanza.” Ciò riguarda ad esempio il tema della cittadinanza europea, che sotto un profilo costituzionalistico rappresenta un nodo difficile. Il Trattato di Maastricht, firmato il 7 febbraio 1992 ed entrato in vigore il 1° novembre 1993, stabilisce che lo status di cittadino europeo dipende dall’esistenza di una cittadinanza statale relativa ad uno dei Paesi membri. La cittadinanza, in tal senso, si risolverebbe in una cittadinanza regionale rispetto a quella europea senza che sia collegata ad uno Stato sovrano. Da un punto di vista puramente formale essa ha fissato la distinzione tra cittadino e straniero per ciò che concerne la titolarità di determinati diritti e doveri. Thomas Marshall, nel saggio “Citizen-ship and Social Class”, rielabora la nozione di cittadinanza rendendola una categoria centrale di una concezione della democrazia fedele ai valori
della tradizione liberal-democratica. Tale concezione è destinata a colmare il vuoto teorico e politico che molti
segnalano essere una conseguenza dell’eclissi dell’utopia comunista.
Dalle nostre parti, invece, la Corte costituzionale, con una sentenza del 1969, ha garantito agli stranieri “la sola tutela dei diritti inviolabili dell’uomo riconosciuti dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali”,mentre nel 1994 la stessa Corte ha dichiarato che “cittadini e stranieri devono essere posti sullo stesso piano quando è in gioco il godimento di diritti fondamentali”. Come è possibile notare, restano esclusi i diritti politici, ma anche in questo caso il Trattato di Maastricht prevede novità e sembrerebbe riprendere un significato progressivo della nozione originaria volto ad applicare il valore di riconoscimento e garanzia dei diritti civili, sociali, politici ed economici, nonché di allargamento delle forme di partecipazione. Lo scenario futuro potrebbe ricontestualizzare quanto accaduto ad esempio nell’esperienza romana, nelle alleanze tra le comunità e nel rispetto delle diverse lingue, culture e religioni, proprio come è accaduto a tale istituto di avere funzioni unificatrici dell’intera realtà politica mediante provvedimenti imperiali di concessione, ripetuti nel tempo fino alla Costituzione di Caracalla del 212 d.C. Jurgen Habermas riconosce che “è necessaria una nuova autocoscienza politica adeguata al ruolo dell’Europa nel mondo del XXI secolo. Spetta oggi all’Europa nella sua interezza una chance nell’ottica delle mutate premesse di un’intesa non imperialistica e dell’apprendimento di altre culture”. Tale possibilità potrebbe riguardare la riemersione del civis romano per l’Europa di oggi, delineata in un’ottica di diritto civile europeo. La proposta di Habermas è legata ad un modello di politica deliberativa, frutto di una comune cultura politica, differenziata dalle diverse culture nazionali e connessa alla preesistente base comune rappresentata dall’esperienza romana. Non mancano opinioni dissenzienti. Il rischio, secondo l’ex giudice costituzionale Ernst–Wolfgang Bockenforde, è quello di creare artificialmente un inesistente “popolo europeo”, deficitario del carattere volontararistico proprio della nazione. È una questione di causa e effetto. Habermas sostiene che lo Stato nazionale si sia sviluppato mediante un processo circolare grazie al quale coscienza nazionale e cittadinanza si sono rafforzate all’unisono, generando il fenomeno della solidarietà tra cittadini membri di uno Stato. Se ciò è vero, non dovrebbero esserci problemi nel creare, in ottica europea, una società civile europea con una propria cultura politica condivisa ed un’opinione pubblica estesa al contesto politico europeo. Il passato potrebbe guidarci in una democrazia post-nazionale fondata sul riconoscimento delle diversità, che fonda le sue origini nel cristianesimo missionario, nelle conquiste laiche della scienza, nel Diritto Romano e nel Codice Napoleonico, nel riconoscimento della democrazia e dei diritti umani. Marshall ripete: “ la cittadinanza è uno status che viene conferito a coloro che sono membri a pieno diritto di una comunità. Tutti quelli che posseggono questo status sono eguali rispetto ai diritti e ai doveri conferiti da tale status. La spinta in avanti lungo il sentiero così tracciato è una spinta verso un maggior grado di eguaglianza, un arricchimento del materiale di cui è fatto lo status e un aumento del numero di persone cui è conferito questo status”.
Il nostro tempo pone interrogativi che ruotano attorno al ridisegnamento della mappa dello stato sociale, alla tutela del pluralismo e al rimodellamento dello status di cittadinanza. La rinnovata teoria normativa della cittadinanza richiede una visione emancipatoria e globale, sicché riguarda il completamento della concezione cosmopolitica e transazionale di tutti, in un’ottica che si basa sul rispetto eguale degli individui e sul benessere della collettività. È possibile stabilire che in una visione cosmopolitica l’interdipendenza e l’integrazione culturale tra i cittadini del mondo necessita di una politica e di una economia transnazionale che favorisca una giusta distribuzione di diritti e di opportunità, funzionale ad una ascesa morale ed economica, a tutte le donne e gli uomini di un mondo ormai globalizzato. L’esperienza universalistica romana continua a richiamare il fenomeno degli ordinamenti statali attuali interessati da processi di globalizzazione che inducono ad
ampliare la sfera dei diritti. Lo scenario futuro potrebbe riformare un modello simile nel rispetto delle diverse culture favorevoli alla formazione di un modello postnazionale ed emancipatorio in grado di garantire la risoluzione di dilemmi che interessano il nuovo millennio.