Al di là delle responsabilità penali dei singoli, per i quali vale, ovviamente, la presunzione di innocenza, ciò che emerge dalle recenti vicende romane porta a un’unica conclusione: è più che mai necessario riformare la magistratura e il CSM, per evitare che a prevalere siano le logiche correntizie di spartizione dei ruoli e decisioni prese in modo opaco.

I presunti episodi di corruzione, perpetrati nel corso dei procedimenti di assegnazione di alcune Procure, ad opera di alcuni esponenti di spicco della nostra magistratura, celano un importante aspetto di fondo.
Quest’ultimo va aldilà della semplice analisi probabilistica atta a quantificare le possibilità di un eventuale riscontro della responsabilità penale nei confronti dei soggetti coinvolti dalla vicenda.Meritano di esser prese in considerazione, piuttosto, questioni strettamente connesse a ciò che vede nell’intera vicenda una sua mera conseguenza, inevitabile quanto scontata.
Si tratta di un’esigenza che, già da tempo, alcuni operatori del diritto cercavano di portare al centro del dibattito politico-legislativo.
Ci si riferisce alla necessità, più che mai dirompente, di realizzare un’adeguata ed incisiva riforma del CSM, che vada ad incidere sino alle fondamenta dello stesso.
Per comprendere le ragioni a sostegno di questo ambizioso progetto, occorrerà soffermarsi proprio sugli aspetti summenzionati.
Andando oltre, dunque, ad una mera ricostruzione storica della vicenda che, oltretutto, la si è già potuta ampiamente, per non dire eccessivamente, riscontrare tra le prime pagine dei quotidiani nelle ultime settimane.
Giusto per chiarire la sussistenza del nesso tra le questioni che verranno affrontate e le vicende della magistratura romana, occorre citare le parole di David Ermini, vice Presidente del CSM.
A parere di quest’ultimo, la situazione che si è venuta a delineare non farebbe altro che metter in luce alcune pericolose “degenerazioni correntizie”, interne allo stesso CSM, tali per cui si sono potuti realizzare dei veri e propri “giochi di potere“ e “traffici venali” sulle nomine, definite dallo stesso “strategiche”, degli uffici giudiziari più importanti d’Italia.
Più che delucidare l’effettivo o meno verificarsi di questi presunti “giochi di potere”, sono altri gli aspetti, seppur indirettamente richiamati, ad assumere valenza prioritaria.
E’ necessario, a tal fine, considerare il seguente punto di domanda:
Se queste degenerazioni si sono effettivamente verificate, come sarà necessario agire per evitare il loro continuino perpetrarsi o, eventualmente, la loro definitiva eliminazione?
La risposta da dare a questo interrogativo, per quanto complessa possa essere, assume una valenza considerevole.
Soprattutto se si pensa che, a prescindere dalla soluzione che si prospetterà, essa andrà inevitabilmente ad incidere su quello stesso organo che, nel nostro ordinamento, si erge a tutela dell’indipendenza della magistratura.
Quest’ultima espressione di quella separazione dei poteri che rappresenta, secondo quanto professava Montesquieu, una delle colonne portanti di un qualsiasi Stato di diritto.
Nella ricerca di una soluzione in tal senso, l’unica strada percorribile presuppone il soddisfacimento di un’esigenza tanto ardua quanto necessaria: una significativa riforma dell’intero assetto del CSM.
Proposte di riforma in tal senso, in realtà, sono state avanzate da diverse voci.
Si tratta delle due proposte, rispettivamente, dell’Unione delle Camere Penali Italiane e di Luciano Violante.

In primo luogo, partendo dall’analisi della proposta di quest’ultimo, si può considerare quanto segue.
Secondo l’ex Presidente della Camera dei Deputati, il caso sulla magistratura romana, non fa altro che rivelare come, ad oggi, il metodo di assegnazione dei vertici degli uffici giudiziari sia assolutamente inadeguato.
Questo perché, nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di assegnazioni pilotate sulla base di un criterio “politico”.
Basti pensare che, dei magistrati eletti al CSM, 16 su 24 appartengono alle correnti dell’Anm, le quali parrebbero assumere i tratti di veri e propri piccoli partiti.
Ciò che si viene a delineare è una situazione dove le designazioni, nella gran parte dei casi, vengono effettuate grazie a scambi in base ai quali ciascuna corrente offre il proprio voto a un’altra, chiedendo come contropartita che l’altra voti un proprio candidato.
La ragione per cui si è potuto realizzare questa situazione va individuata nel meccanismo elettorale oggi previsto.
Motivo per cui l’unica soluzione prospettabile, sempre per lo stesso Violante, sarebbe quella di prevedere, con Legge Costituzionale, un sorteggio a cadenza triennale per le nomine della metà dei componenti sia togati che laici.
Seguendo questa prospettiva, che trova tra le sue più feroci critiche quella dello stesso David Ermini, si verrebbero a rinnovare i singoli componenti del CSM più che l’organo in sé.
Si finirebbe per ridurre la pressione delle correnti politiche interne al CSM, in quanto con il tempo, dovendo essere eletto un solo componente, si azzererebbe il peso delle liste elettorali.

Per quanto concerne, in secondo luogo, la proposta avallata dall’Unione delle Camere Penali Italiane, occorre considerare le ragioni del Presidente dell’Unione stessa, l’Avv. Gian Domenico Caiazza.
Secondo quest’ultimo, ciò che risulta quantomeno “singolare” è il fatto che tali possibili faide campanilistiche vengono a realizzarsi sempre e solo nel corso della designazione degli Uffici di Procura.
Si consideri che, fatta salva qualche eccezione, i vertici della rappresentanza politica della magistratura appartengono, ormai da decenni, ai pubblici ministeri, pur rappresentando, questi ultimi, meno del 20 per cento della platea dei magistrati italiani.
Proprio alla luce di quest’ultimo aspetto, la proposta di riforma dell’ordinamento giudiziario dell’Unione, prevede: la separazione delle carriere tra pm e giudici, con conseguente istituzione di due CSM e l’aumento della percentuale della componente laica al 50 per cento.
Per quanto concerne l’aumento dei membri laici, sarebbe questo ciò che consentirebbe di spezzare, secondo Caiazza, il dominio correntizio.
il problema non sarebbe, come sancisce Violante, la presenza politica, ma il fatto che questa sia dichiarata alla luce del sole.
Con riferimento, invece, alla già in altri ambiti auspicata separazione delle carriere, non si può negare che sia proprio questa il nodo cruciale da sciogliere se si vogliono elidere questi tristi episodi che, come altri, fatalmente vedono coinvolta la nostra magistratura.
Non sarà questa la sede opportuna per soffermarsi sulle ragioni che vedrebbero tale separazione quale ulteriore e necessaria esplicazione dei principi ispiratori di un processo incanalato sul modello accusatorio che, dall’emanazione del Codice di Procedura Penale del ’88 in poi,il nostro legislatore ha deciso di seguire.
Ci si limita a considerare, quanto meno, il modo con il quale la stessa, nella prospettiva di Caiazza, possa eliminare situazioni nocive come quelle che hanno intaccato il CSM.
Lo farebbe, in sostanza, nel momento in cui vada a porre un freno a quello che è ormai diventato un esercizio senza limiti dell’azione penale.
Il principio, costituzionalmente garantito dall’art. 112 Cost., dell’obbligatorietà dell’azione penale, secondo quanto si evince dalla ricostruzione condotta dall’Unione delle Camere Penali, pare ormai aver assunto le connotazioni di un frenetico e inevitabile esercizio dell’azione penale stessa.
Un’esercizio, in primis, adoperato in assenza dei limiti e dei controlli posti a tutela dei diritti e delle garanzie che vengono inevitabilmente coinvolte.
Un’esercizio, cosa ancor più grave, adoperato senza quella necessaria presa di coscienza circa le responsabilità politiche implicate.
La costituzione di due CSM, rispettivamente per la magistratura inquirente e per quella giudicante, consentirebbe, pertanto, di ricondurre l’azione penale nelle sue vesti opportune: obbligatoria, certamente, ma esercitata esclusivamente nei modi e nei casi previsti dalla legge.
Alla luce delle considerazioni sin qui svolte, si può certamente continuare a sostenere la significatività dei fatti di Roma.
Quello che si può ulteriormente sancire, tuttavia, è come gli stessi non si configurino altro che come una conseguenza fisiologica di un problema che va aldilà della semplice vicenda giudiziaria in sé.
Tanto chiaro quanto preoccupante è l’imperativo che riecheggia ad alta voce e con fermezza, quasi fosse un ordine, tra gli uffici delle Procure: “agire!”.

Diverse sono le ragioni che hanno potuto fomentare questa propensione, tra le quali non si può escludere la becera strumentalizzazione del diritto penale adoperata dagli ultimi Governi e, ancor peggio, dai media.
A questo punto ulteriori interrogativi sorgono spontanei:veramente a questo si è ridotto il nostro Stato di diritto?
Siamo davvero costretti ad ammettere che il diritto penale, da ultimo ed estremo rimedio al quale lo Stato ricorre solo nel momento in cui non sia possibile in alcun altro modo far fronte alle proprie anomalie sistemiche, sia diventato quello prioritario?
Vista, dunque, la criticità in termini di diritti e garanzie che connota il momento storico nel quale ci troviamo, la quale non può essere ulteriormente celata, occorrerà agire in ogni modo necessario per invertire la rotta al più presto.
Che sia la prospettiva di Violante, di Caiazza o di chiunque altro a rendere questo possibile, al momento, si pone forse in secondo piano.
Ciò che conta principalmente allo stato delle cose, è che il nostro diritto penale torni ad assumere le uniche sue possibili connotazioni.
Un diritto penale liberale, costituzionale e quindi minimo.