Ventisette anni fa, esattamente il 19 Luglio 1992, perdevano la vita Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, lacerati dall’esplosione di una Fiat126 imbottita di tritolo, per mano di Cosa Nostra. A quasi trent’anni dalla strage di via d’Amelio, le vicenda della morte del p.m. palermitano è stata ed è tutt’ora avvolta da una cortina di incertezze, mezze verità e piste false. Piste false come i depistaggi confermati dalla sentenza emessa nel 2017 dalla Corte d’Assise di Caltanissetta, avvenuti per mano di diversi pentiti e che hanno portato all’incarcerazione di ben otto innocenti. Tuttavia, grazie ad un’inchiesta de Il Foglio realizzata da Ermes Antonucci, emergono nuovi dettagli importanti circa le vicende che hanno preceduto e seguito la morte di Borsellino. Si tratta di aspetti inediti prodotti dalle difese dei due processi di Palermo ed Avezzano, il primo sulla ben nota Trattativa Stato Mafia e il secondo sulla querela dei pm palermitani, promossa contro i giornalisti de Il Dubbio Piero Sansonetti (anche direttore allora) e Damiano Aliprandi per l’inchiesta dagli stessi svolta un anno fa nel mese di maggio a proposito del dossier dei Ros Mafia Appalti, della sua archiviazione e delle vicende che lo avevano riguardato nella Procura dei veleni. Le novità che emergono nell’articolo de Il Foglio a firma di Ermes Antonucci potrebbero fare luce su quei temi fondamentali per la storia di Borsellino, relativi ai suoi rapporti col Ros e alla famosa inchiesta mafia-appalti. Ecco la nostra intervista a Ermes Antonucci:

La fonte principale della tua inchiesta sono le audizioni al Csm dei
magistrati della procura di Palermo avvenute tra il 28 e il 31 Luglio del 1992, a
pochi giorni dalla morte di Borsellino. Cosa emerge di nuovo e di così
importante da queste audizioni? 

Emergono due elementi inediti sugli ultimi giorni di vita di Paolo Borsellino.
Entrambi ruotano attorno a una riunione che avvenne il 14 luglio 1992, quindi
cinque giorni prima della strage di Via D’Amelio, alla procura di Palermo, in cui
parteciparono tutti i magistrati in servizio. La prima novità è che in quell’occasione
Borsellino chiese ripetutamente spiegazioni e chiarimenti sull’indagine mafia e
appalti, l’indagine voluta da Falcone (e poi ripresa dallo stesso Borsellino),
realizzata dai carabinieri del Ros e incentrata sulle connessioni tra politici,
imprenditori e mafiosi. Nella riunione Borsellino chiese conto dei motivi che
avevano indotto i vertici della procura di Palermo a dare scarso seguito alle
risultanze dell’indagine compiuta dal Ros, in particolare nei confronti dei politici e
degli imprenditori che venivano indicati nel dossier. La sentenza Borsellino quater
sulla strage di Via D’Amelio individua proprio nell’interesse riposto da Borsellino
all’indagine mafia e appalti una delle ragioni che avrebbero indotto Cosa nostra a
uccidere il magistrato. Tuttavia, la sentenza di primo grado sulla cosiddetta
trattativa Stato-mafia ha voluto riscrivere la storia, affermando addirittura che
Borsellino non conoscesse il contenuto di quel dossier. Ma il duro confronto avuto
con i colleghi nella riunione del 14 luglio dimostra che Borsellino, pochi giorni prima
di morire, era fortemente interessato a sviluppare l’indagine mafia e appalti.
La seconda novità è costituita dal fatto che, in quella riunione, Borsellino chiese
spiegazioni sull’indagine mafia e appalti difendendo l’operato dei carabinieri, che si
attendevano risultati giudiziari di maggiore respiro, a conferma della profonda
fiducia che a soli cinque giorni dalla strage di Via D’Amelio ancora vi era tra il
magistrato e il Ros. Ciò contrasta drasticamente con un altro punto del teorema
della “trattativa Stato-mafia”, secondo cui Borsellino il 28 giugno 1992 sarebbe
rimasto sconvolto dalla scoperta dei contatti tra i Ros e Vito Ciancimino. E’ difficile
immaginare che ciò sia avvenuto, visto che sedici giorni dopo, nella riunione in
procura, Borsellino difese proprio i Ros.

La figlia di Borsellino, Fiammetta, si batte da tempo per fare luce sull’
archiviazione della inchiesta mafia-appalti tanto cara a suo padre. Anche alla
luce delle novità emerse dall’inchiesta ti sei fatto un’idea a riguardo?

Le novità emerse dalla mia inchiesta, che si rifanno ad atti mai resi pubblici e ora
recuperati dagli avvocati Simona Giannetti e Basilio Milio, rendono ancor più
necessari chiarimenti sulla tempistica che ha caratterizzato l’archiviazione
dell’indagine mafia e appalti. Abbiamo visto che il 14 luglio 1992, cinque giorni
prima di essere ammazzato, Borsellino era molto concentrato sugli sviluppi
dell’indagine. Eppure, il giorno prima, i sostituti procuratori Guido Lo Forte e
Roberto Scarpinato decisero di redigere la richiesta di archiviazione dell’indagine
(di cui non si fece menzione nella riunione successiva con Borsellino). Non solo. La
richiesta di archiviazione venne vistata dal procuratore Giammanco e depositata il
22 luglio, solamente tre giorni dopo l’assassinio di Borsellino. L’indagine venne poi
archiviata a tempo record, il 14 agosto, quindi in pieno periodo ferragostano, dal gip
Sergio La Commare. Perché questa fretta? Per questa semplice domanda Lo Forte
e Scarpinato hanno querelato l’ex direttore del Dubbio, Piero Sansonetti, e il
giornalista Damiano Aliprandi, ma si tratta di un quesito assolutamente legittimo,
che mira a chiedere i dovuti chiarimenti su una vicenda importante e tutt’ora avvolta
nell’oscurità.

Possiamo dire che anche Borsellino, dunque, grazie a quanto emerso
dall’inchiesta, come Giovanni Falcone, non fosse particolarmente amato dai
propri colleghi prima della tragica morte? Anche questo aspetto accomuna il
vissuto dei due magistrati palermitani?

Assolutamente sì. Basti pensare che il procuratore capo Giammanco negò a fino
all’ultimo a Borsellino la delega per i grandi processi di mafia a Palermo,
affidandogli solo le inchieste sulle cosche di provincia. Il contrasto emerso attorno
all’indagine mafia e appalti conferma la debolezza di un rapporto già deteriorato.

Un’ultima domanda. La tua inchiesta, oggettivamente, mette in luce
particolari inediti decisivi per fare luce sulla figura di Borsellino. Per quale
motivo secondo te la notizia non è stata ripresa dai principali media proprio
nei giorni di commemorazione del p.m.?

Non è stata ripresa per un semplice motivo: rivela fatti inediti scomodi. Scomodi per
la gran parte degli organi di informazione che da anni, pur di vendere qualche copia
in più, pubblicare libri e persino realizzare film, alimenta il teorema sulla cosiddetta
“trattativa Stato-mafia”, all’interno del quale si cerca di far ricadere lo stesso
attentato in cui venne ucciso Borsellino. Così, ogni dato di fatto che contrasta con
questo disegno viene sistematicamente ignorato. In fondo, è sufficiente osservare il
silenzio con cui gli organi di informazione hanno accolto anche le dichiarazioni che
Borsellino rese nel 1988 in un’audizione ora desecretata. In questa deposizione,
Borsellino demolì proprio l’ipotesi dell’esistenza di un patto tra politica e mafia:                                                                                            “Mi sono formato la convinzione, tra l’altro condivisa dal collega Falcone dopo otto anni di indagini                                                             sulla criminalità mafiosa, che il famoso terzo livello di cui tanto si parla – cioè questa specie di centrale                                                       di natura politica o affaristica che sarebbe al di sopra
dell’organizzazione militare della mafia – sostanzialmente non esiste.                                                                                                 Dovunque abbiamo indagato, al di sopra della cupola mafiosa, non abbiamo mai trovato
niente”, disse. Insomma, è lo stesso Borsellino, in maniera postuma, a sconfessare
la tesi di una trattativa tra lo Stato e la mafia. Eppure, i giornali hanno preferito
ignorare queste parole per concentrarsi invece esclusivamente su altre audizioni in
cui emergono le lamentele di allora di Borsellino per l’insufficiente disponibilità della
scorta. Affermazioni ovviamente utilizzate, di nuovo, proprio per alimentare il
teorema della trattativa e del tradimento di una parte dello Stato. Lo stesso silenzio,
imbarazzato e imbarazzante, si è notato di fronte alla conferma in appello
dell’assoluzione di Calogero Mannino nel processo stralcio sulla trattativa. Il
teorema traballa sempre di più, e quindi ai giornalisti che lo hanno alimentato
(spesso toccando vette di ridicolo, come quando venne dato credito al papello
tarocco di Massimo Ciancimino) non resta che battere in ritirata e dare risalto solo
alle notizie che convengono. Non c’è alcun interesse a rintracciare la verità, a
dispetto dei propositi sbandierati. L’ennesimo insulto alla memoria dei due
magistrati.