Al netto della personale e legittima opinione di ognuno sul nuovo esecutivo, al momento appare chiaro che sulla Giustizia stia prevalendo il Movimento 5 Stelle, a scapito del Pd che è in ostaggio ma soprattutto dello Stato di diritto che rischia l’ennesima erosione. Un’analisi per capire il silenzio eloquente di questi giorni sulla giustizia. Nonostante il suicidio politico del Capitano bisogna tenere gli occhi aperti.

Presente solo in tre dei ventinove punti programmatici che hanno dato il via all’esecutivo giallo-rosso, il tema della Giustizia è al momento quello meno citato da entrambi i partiti di maggioranza. Lo stesso Conte nel lungo discorso di un’ora e mezza per la fiducia alla Camera, come ha fatto notare Ermes Antonucci de Il Foglio, ne ha parlato solo per trenta secondi. Le ragioni che motivano questa assenza dal dibattito sono diverse, ma si riducono sostanzialmente al potenziale scontro tra i due azionisti di maggioranza sulla prescrizione- da evitare in questa fase di neo/nascita dell’esecutivo- e al fatto che i 5S, ad oggi, hanno ottenuto sul tema tutto ciò che desideravano e -per ora- non vanno in pressing mediaticamente. Tuttavia la predominanza penta-stellata risulta evidente, non solo per la riconferma di Alfonso Bonafede al dicastero di via Arenula, segno di una continuità politica nociva per lo Stato di diritto, ma anche da un’analisi dei punti sopracitati e delle dichiarazioni degli ultimi giorni. Andando con ordine e leggendo i punti, al di là del punto “12” nel quale si fa generico riferimento a una riforma del processo penale e civile, riferita più che altro alla riduzione dei suoi tempi (bene ridurre i tempi ma ricordare la differenza tra velocità e giusta durata) come fatto da Conte a Montecitorio e comunque senza citare in alcun modo l’abolizione della riforma della prescrizione, è preoccupante soprattutto il punto “13”.  In questo punto si fa esplicito riferimento all’aumento delle pene per l’evasione fiscale e al potenziamento del contrasto alla mafia. Ora, intendiamoci, il problema non è certo combattere l’evasione fiscale o la mafia, ma è come lo si fa; se il metodo indicato è quello di aumentare indiscriminatamente le pene il risultato è il solito populismo-penale. Nel caso dell’evasione perché l’aumento della pena non funziona affatto come l’effetto deterrente in fase di prevenzione o in caso di detenzione una maggiore permanenza in carcere  non diminuisce la reiterazione del reato (al contrario), nel caso della mafia perché, consentitela provocazione intellettuale, aumentare le pene attualmente previste è impossibile se non introducendo la pena di morte e violando i trattati internazionali a protezione dei diritti umani (sulla mafia siamo già al massimo e il 41bis stesso, il metodo carcerario più duro del nostro ordinamento, è al limite di costituzionalità). Nel punto “12” poi, tornandoci un attimo prima di passare alle dichiarazioni, si parla genericamente di modifica del metodo di selezione del CSM, senza però indicare minimamente in quale direzione e con quale orientamento. Non una parola poi, ovviamente (sic) sulla riforma penitenziaria, proprio mentre le nostre carceri stanno esplodendo e il sovraffollamento raggiunge vette da record o neanche sulla legalizzazione delle sostanze leggere nonostante una possibile sintonia delle due forze sul tema.

Arrivando, dunque, alle dichiarazioni degli ultimi giorni, risulta chiara la titubanza e l’attuale impossibilità del Partito Democratico di imporsi sul profilo della giustizia. Proprio il vice-segretario dei Dem ed ex Guardasigilli Andrea Orlando, infatti, in un’intervista alla Stampa (qui: https://bit.ly/2lLbrjS) ha assunto un atteggiamento piuttosto cauto e moderato, dando un colpo al cerchio e un colpo alla botte rispetto alla riforma della prescrizione, affermando testualmente che: “la drastica cancellazione della prescrizione sia un errore, ma dentro un percorso processuale si possono trovare equilibri compensando con altre garanzie”. Se a questi aspetti, poi, si somma anche quello del Decreto Sicurezza bis che, come ha più volte ripetuto Di Maio, e come ha, peraltro, ribadito il nuovo Ministro dell’Interno Lamorgese, non verrà abolito o disfatto del tutto ma solo ritoccato con le indicazioni date da Mattarella, la linea di continuità con la politica giallo-verde in tema di diritti e garanzie individuali appare disarmante. Sperando che questo atteggiamento sia figlio di una tattica iniziale volta a non destabilizzare il nuovo esecutivo fin dall’inizio, e non di una reale convinzione o idea programmatica, al momento è evidente la resa dei democratici al giustizialismo grillino, almeno programmi e dichiarazioni alla mano.

L’ulteriore conferma in tal senso, se mai ce ne fosse stato bisogno, è arrivata addirittura da un deputato che alla Camera ha votato la fiducia all’esecutivo: Riccardo Magi (che tutto si può dire tranne che non sia garantista). Il parlamentare di +Europa, infatti, nonostante abbia legittimamente scelto di sostenere questa esperienza di governo, ha dichiarato: “Non mi sfuggono le profonde contraddizioni e i tratti peggiori che ci sono nella nuova maggioranza a partire dall’antiparlamentarismo e dal giustizialismo che non sono svaniti”. E no, non sono sfuggite neanche a noi. Vedremo se più avanti gli equilibri cambieranno e ci sarà uno slittamento positivo in tal senso, nel mentre non possiamo che affidarci alla singola coscienza di tutti quei parlamentari che ancora credono e difendono lo Stato di diritto. La politica del giorno d’oggi è fatta di secondi, di attimi e tutto può mutare rapidamente: concedeteci almeno la speranza dopo la cinica analisi dei fatti.