Abbiamo intervistato il Prof. Avv.  Carlo Melzi d’Eril e il Prof. Avv. Giulio Enea Vigevani sul rapporto tra libertà d’espressione e Facebook, in particolare riguardo al tema dell’hate speech. Di recente, infatti, la pagina di Casapound e di alcuni suoi esponenti di spicco è stata chiusa dalla piattaforma di Zuckenberg e quindi il tema è tornato alla ribalta delle cronache. Ci è sembrato interessante approfondire con due esperti di diritto dell’informazione e dei media, entrambi co-fondatori e co-direttori dell’importante rivista “MediaLaws”.

D:  Prima la chiusura della pagina facebook di Casapound, poi la chiusura della pagina fb
Socialisti gaudenti. Prima dei casi specifici, le teorie che sembrano prevalere nell’opinione pubblica sono due:  la prima è che facebook è una piattaforma privata e come tale può decidere liberamente chi tenere dentro e chi fuori dalla propria porta, la seconda è che pur trattandosi di una piattaforma, visto il ruolo oligopolistico che ha nella diffusione delle opinioni, e visto il particolare oggetto
trattato, cioè la diffusione del libero pensiero, dovrebbe essere soggetto al giudizio di un
giudice terzo. Cosa ne pensate?

R: Facebook è una piattaforma privata, sicché può decidere in modo del tutto autonomo di non voler
   diffondere più alcuni contenuti, esercitando l’ovvia libertà di scegliere cosa ospitare.                                                                                                         Le ragioni delle rimozioni posso essere in sé secondarie: non essendo un servizio pubblico, il social network
non ha obblighi di pluralismo, né deve dare spazio a chiunque. Trattandosi di aziende private,
inoltre, le piattaforme devono rispondere alle leggi del mercato, e poiché fondano la propria attività
sulla diffusione di contenuti e sulla vendita di spazi pubblicitari, possono ben ritenere che alcuni
messaggi possano nuocere ai loro affari, con ciò quindi negando l’accesso a questi ultimi.
  La posizione dominante sul mercato e i molti diritti coinvolti nella vicenda, tuttavia, suggeriscono
di valutare se sia opportuna qualche eccezione alle regole generali sulla libertà d’impresa.
I dati, infatti, rivelano che i grandi social network, Facebook in primis, veicolano una percentuale
straordinariamente elevata di contenuti e sono divenuti il luogo ove si scambiano una grande parte
delle informazioni e delle opinioni.
Proprio per tale ragione, sarebbe opportuno, per più di un motivo, che le piattaforme offrissero agli
utenti garanzie di trasparenza, equità e prevedibilità delle proprie scelte. In questa prospettiva
sarebbero consigliabili community standards chiari e tassativi, in particolare per il contrasto alla
diffusione di discorsi d’odio o alla disinformazione.
Sarebbe poi auspicabile un contraddittorio con il titolare dell’account sotto osservazione, prima di
procedere alla sua chiusura. In assenza di una seria regolamentazione, infatti, il rischio è l’arbitrio assoluto di un soggetto le cui
scelte potrebbero condizionare la formazione dell’opinione pubblica, dai temi più frivoli a quelli più
rilevanti, anche politicamente.Qualora ciò dovesse verificarsi, il legislatore, nazionale o europeo, potrebbe imporre una normativa
specifica, volta a difenderne il pluralismo. Ciò, indipendentemente dal tenore delle regole,
rischierebbe di snaturare le piattaforme, facendole assomigliare a una sorta di servizio pubblico, di
cui non hanno i presupposti, né la struttura, né la missione. In sintesi, dunque, ci pare inevitabile lasciare a Facebook la “signoria” su quanto viene veicolato tramite il proprio “spazio”, tuttavia ci pare altrettanto auspicabile una chiara definizione delle regole sulla esclusione dei contenuti e un contraddittorio con la persona interessata, prima che il suo account venga chiuso.

D: La soluzione per evitare la presenza di contenuti di odio e violenza, di hate speech online può
davvero essere la chiusura delle pagine che la veicolano? 
Quali sono i limiti e i confini entro i quali si può impedire la diffusione di un pensiero, per
quanto odioso e violento?

R: La chiusura di un account o l’oscuramento di un contenuto è certamente un modo per evitare che
messaggi la cui diffusione costituisce reato vengano ulteriormente veicolati. Ciò non dovrebbe
avvenire, anche stando alle posizioni maggioritarie di dottrina e giurisprudenza, quando viene
espressa una mera opinione, anche se offensiva o scioccante. Le opinioni, infatti, anche quando
diffondono valori diversi, e magari anche opposti ai valori costituzionali, non sono di per sé vietate.                                                                                Lo diventano quando, pure per il contesto o le modalità concrete in cui sono espresse, spingono a
comportamenti ulteriori violenti o in altro modo illeciti. Non a caso, il discorso d’odio non è vietato di per sé,                                                          ma lo diventa qualora vi sia un principio d’azione o le parole siano tali da generare un’istigazione.                                                            Proviamo a citare altro esempio, forse più chiaro, in quanto lontano dalla cronaca di questi giorni, che spiega come sia lecita la propaganda,  come si diceva, di valori diversi e anche opposti a quelli contenuti nella Costituzione.                                                                                                 Unico limite espresso al processo di revisione costituzionale è la forma repubblicana dello Stato, ma il partito monarchico non è vietato.  Anzi una norma che vietasse la propaganda a favore della monarchia sarebbe con ogni probabilità incostituzionale, anche se una legge per il ritorno della monarchia sarebbe incostituzionale.

D: In conclusione, se sulla pagina di Casapound l’assenza di “hate speech” è più difficilmente contestabile, o comunque il caso è aperto a più compless analisi, il caso di Socialisti Gaudenti è difficilmente comprensibile: la pagina è evidentemente satirica.                                           Come mai è stata chiusa? Come possono risolversi errori simili?

Non entriamo nel merito del caso di Casapound, che non conosciamo in modo sufficientemente
approfondito per esprimere un’opinione. Per quanto riguarda il “caso” della pagina di Socialisti
gaudenti, ci pare che si tratti di un banale equivoco, come la riapertura, a quanto sempre poche ore
dopo, ha dimostrato. Da questo punto di vista, il rimedio ci pare semplice, quanto banale: va
perfezionato il funzionamento degli algoritmi che controllano i contenuti. Insieme, forse, a un
ulteriore accorgimento, a cui abbiamo accennato già sopra. Se la cancellazione di una affermazione,
di un’immagine, di un video può anche essere lasciata alla autonoma organizzazione della
piattaforma, con la possibilità, in un secondo momento, per l’interessato di protestare la propria
“innocenza”, per la chiusura dell’account, che può creare danni e disagi non irrilevanti, sarebbe
auspicabile un contraddittorio preventivo. Sul piano fattuale sarebbe anche opportuno mantenere
una grande facilità di dialogo col portale, in modo da consentire al soggetto  vittima di errori di
segnalarli immediatamente. Va anche detto, però, che è inevitabile che qualche caso, anche
clamoroso, di irragionevole applicazione dei divieti vi sia, l’importante, continuiamo a ritenere, è
consentirne una pronta correzione.

Intervist a Avv. Carlo Melzi d’Eril e Prof. Giulio Enea Vigevani a cura di Francesco d’Errico.