L’istruzione nella dinamica di regime carcerario può essere facilmente intesa come un canale preferenziale diretto al reinserimento del detenuto in un contesto sociale che possa essere, dallo stesso, affrontato nella maniera più agevole possibile. Oggi, l’esperienza dei poli universitari all’interno delle case circondariali costituisce una importante, se non essenziale, risorsa nell’avvento di tale fenomeno. Storicamente, tuttavia, l’istruzione in carcere non ha sempre avuto questo compito. In epoca fascista, infatti, come sappiamo, la commissione dei reati era vista innanzitutto come un atto di lesa maestà nei confronti dello Stato. Non a caso Gentile si esprimeva in merito, così: «per il fascista tutto è nello Stato e nulla […] ha valore fuori dallo Stato». Ecco che il trattamento di un cittadino, privato della propria libertà, si modulava di conseguenza.
In questa ottica, l’ alicùius civitàtis viene considerato come colui che tramite condotta illecita ha commesso un reato nei confronti dello Stato, il quale risiede a sua volta nella persona del dittatore. Il condannato va punito e il percorso riabilitativo che sarà tenuto a percorrere dovrà culminare in perfetta armonia con l’ideologia e il pensiero del regime fascista. Basti citare l’art. 1 del ‘’Nuovo Regolamento per gli Istituti di prevenzione e pena’’ del 1931 nei commi seguenti: «i detenuti sono obbligati a frequentare le scuole istituite negli stabilimenti» […] e negli stabilimenti sono permesse soltanto conferenze e proiezioni cinematografiche istruttive ed educative». Ma torniamo ad oggi: lo scenario che ci si presenta è quello in cui ex art. 19 della l. 26 luglio 1975, n. 354 recita: “È agevolato il compimento degli studi dei corsi universitari ed equiparati”. Un sintagma che ha il sapore di concessione, cosa ben diversa dall’affermazione di un diritto pienamente esigibile. Un altro riferimento, ex art.44 – DPR 30/6/2000 n.230 – Regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà: “I detenuti e internati, studenti universitari, sono assegnati, ove possibile, in camere e reparti adeguati allo svolgimento dello studio, rendendo, inoltre, disponibili per loro, appositi locali comuni. (..)’’. Vediamo che variabili come il quantitativo degli agenti di Polizia Penitenziaria in servizio in quel momento, le condizioni dei locali, il contesto in cui versa la comunità detenuta, i rapporti tra area trattamentale e area della sicurezza e così via, siano il crocevia paralizzante della fruizione del diritto stesso, non essendo tutto ciò né un impegno normativamente regolato sul versante degli Atenei, né un vero e proprio diritto esigibile in maniera incondizionata. Dunque, chiediamoci: In cosa consiste il senso dell’impegno delle Università in carcere? Tengo a sottolineare un importante aspetto: non è, categoricamente, possibile assumere fra gli scopi dell’università quello di proporsi simbolo di “rieducazione”.

Se fosse così, si rischierebbe di perdere la distinzione necessaria che vige fra quelle valutazioni sul rendimento negli studi con quelle sull’adattamento del detenuto alle istanze istituzionali. Naturalmente il successo in un percorso accademico può anche avere un risvolto sul piano trattamentale, come l’opposto. Richiamando la mia esperienza, nata da una realtà come ‘Liberi di Studiare’, associazione che si occupa di curare la formazione didattica mediante il sostegno, passate il termine, non suscettibile di valutazione economica, da parte di numerosi tutor, i quali si prestano volontariamente a fornire assistenza in favore degli studenti del Polo Universitario Penitenziario-Dozza, ho avuto modo in prima persona di sperimentare questo aspetto. Lo studente-detenuto con il quale, attualmente, condivido la scelta di affrontare un certo percorso di studi un giorno mi disse: “So di aver sbagliato ma mi sto impegnando molto. Tutto quello che faccio è per mio figlio. E’ per metterlo in condizione di non fare il mio stesso errore. Studiare è importante e l’ho capito solo ora.’’ E’ evidente come in questo caso l’intenzione di intraprendere gli studi abbia creato la situazione per cui la persona rielabori le proprie difficoltà e problemi che lo hanno portato in carcere. Certa è la possibilità di crescita che si concretizza nell’eventuale coesione fra gli Atenei e le Case Circondariali, ciascuna aventi le corrispettive funzioni. E’ altrettanto certo lo stato di mal amministrazione penitenziaria, stato in cui versa la stragrande maggioranza delle carceri italiane. Soffermiamoci nel breve termine sui fatti di Perugia: Mercoledì 28 Agosto dell’anno in corso, ‘’verso le 22, al Reparto Penale della Sezione 2° del carcere tre detenuti hanno incendiato un materasso e lenzuola. Quando l’Assistente capo di Polizia Penitenziaria diservizio se n’è accorto, si è recato sul posto e mentre ritornava al box per dare l’allarme con violenza è stato preso da dietro e scaraventato a terra. L’agente è stato preso dai detenuti e portato in fondo alla Sezione, con una lametta alla gola.’’ Astenendoci sula gravità dell’episodio, occorre una riflessione di fondo: Un detenuto, con un certo vissuto, ha una certa moneta di scambio e così, un modo del tutto personale di comunicare. E’ importante impiegare tutte le risorse possibili sulla rieducazione sociale, è fondamentale trasmettere un secondo punto di vista e non il classico ben servito che da sfogo a quell’istinto primordiale di giustizialismo popolare. Un’ottima chiave di lettura è senza dubbio un istruzione che possa agevolare la comunicazione fra le parti e che garantisca il trattamento del detenuto. Possiamo evincere dall’ordinamento penitenziario una serie di disposizioni che prevedono un rosario di ipotesi di reinserimento sociale, tale da essere idoneo a garantire l’attuazione degli scopi previsti per mezzo di elementi come l’istruzione, il lavoro, la religione, le attività culturali, ricreative e sportive. In riferimento ex art 21 O.P. , è prevista la possibilità di uscire dal carcere per svolgere un’attività lavorativa, anche autonoma o corso di formazione professionale, beneficio concesso dal direttore dell’Istituto di pena. Questo è un chiaro segnale di fiducia che si cristallizza tra il detenuto e il magistrato di assegnazione, il quale ha la competenza da un lato della toga e un tocco di humanitas dall’altro della stessa, così da esser in grado di concedere o rigettare l’istanza.

In conclusione, c’è ancora tanto da fare ma è fondamentale esaltare la figura del detenuto e non confinarla fra quei totem e tabù in grado di uniformare il pregiudizio, il pensiero comune. “Non mi batto per il detenuto eccellente, ma per la tutela della vita del diritto nei confronti del detenuto ignoto, alla vita del diritto per il diritto alla vita” diceva Marco Pannella. Con questo impressum realizza un teorema per assurdo avente oggetto una società, il cui grado di civiltà si misura sulla qualità delle strutture detentive e non su quella dei grattacieli. Occorre l’informazione con la I maiuscola, direbbe qualcheduno. La speranza è che le parole risolute possano essere, un domani, più ferree di qualunque camera detentiva costruita con i migliori materiali.