Il momento del big-bang giustizialista italiano coincide senza alcun dubbio con l’inchiesta di Mani Pulite, una delle pagine più oscure della storia giudiziaria del nostro paese, il momento in cui si è saldato quel patto perverso tra la stampa forcaiola e alcuni settori della magistratura e in cui è stata sdoganata la strumentalizzazione delle vicende giudiziarie come metodo di lotta e affermazione politica. Tangentopoli, presentata e ricordata da molti come una palingenesi, un momento di rinascita e di “purificazione”, ha rappresentato, più che altro, l’epilogo della forza e dell’autonomia del potere politico, l’apparizione dirompente sulla scena del processo di deificazione delle toghe e, più in generale, l’avallamento da parte dell’opinione pubblica di quella perversa concezione moralista che intende il diritto penale come unico possibile metodo di risoluzione dei problemi italiani.
Insieme alla tribale pratica delle gogna mediatica, infatti, ha avuto il via in quel medievale contesto anche la demonizzazione della classe politica tout court, è cominciato il pericoloso processo di identificazione del politico con il criminale, con la sovrapposizione del concetto di partito con quello di associazione a delinquere, e si è creato, tra una indegna monetina del Raphael e un’accusa urlata di Di Pietro, quell’odio della casta che lo stesso p.m. molisano ha poi sfruttato in politica fondando l’Italia dei Valori, partito antesignano di quello di Grillo.
E’ da quel contesto che il dibattito pubblico sulla giustizia penale in Italia è divenuto un dibattito drogato, figlio della disinformazione e del protagonismo mediatico di molti, troppi, magistrati d’assalto, in particolar modo di diversi pubblici ministeri in cerca di notorietà e di consenso. Ed in fondo e’ anche grazie al sopracitato rapporto patologico e innaturale tra informazione, politica e magistratura cominciato anni fa che la proposta penal-populista giallo-verde si è fatta oggi governo.
Scaricare tutte le responsabilità politiche dell’attuale distruzione del sistema penale per come lo abbiamo sempre conosciuto sull’attuale esecutivo- o meglio, per come lo conosciamo dalla nascita della Repubblica prima e dalla riforma del codice trasformato da inquisitorio ad accusatorio poi-, sarebbe però troppo semplice e sopratutto ci condurrebbe a un errore, cioè quello di pensare che il sentimento giustizialista alberghi soltanto in questo o quell’altro partito, quando invece, tragicamente, è una passione nazionale o, per dirla con Didier Fassin, una “passione contemporanea”.
Impossibile contare quante le volte in cui sono state invocate dimissioni per una semplice apertura delle indagini nei confronti di questo o quel politico. Dovendo semplificare, per questioni di spazio e per meglio intenderci, la sinistra è sempre stata attenta nel richiedere pene severe nei confronti dei colletti bianchi dalla corruzione all’evasione fiscale o a dimenticarsi dei diritti umani nei confronti dei condannati per mafia. La destra, invece, si è sempre rivelata intransigente nel richiedere il massimo edittale per l’extracomunitario di turno o per chi avesse commesso reati legati alle sostanze stupefacenti e non ha mai perso l’occasione di ergersi a difesa a difesa della libertà di uccidere confondendola troppo spesso con la legittima difesa.
Per questo accusare soltanto “i nuovi barbari” della distruzione del diritto penale liberale sarebbe indice di un atteggiamento miope, focalizzato unicamente sul presente, privo di un minimo di memoria storica. Tuttavi è altresì vero che mai prima del loro arrivo avevamo assistito a un così deliberato e, oseremmo dire, scombiccherato assalto alla stessa concezione di Stato di diritto e alle basi del nostro sistema penale. L’esempio lampante in questo senso è la riforma della prescrizione, diventata realtà grazie all’approvazione di una legge il cui nome dovrebbe far riflettere: “spazza-corrotti”. Ora, persone molto più qualificate di chi scrive, accademici, ma anche avvocati e magistrati, hanno giustamente rilevato che neppure il Codice Rocco, forgiato in epoca fascista, è arrivato ad abolire la prescrizione. La riforma giallo-verde prevede tecnicamente la sospensione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, ma questa previsione, oltre a fondarsi su presupposti logici e statistici errati (la maggior parte delle prescrizioni maturano nella fase delle indagini preliminari), comporta una elisione sostanziale dell’istituto e dimostra, più di qualunque altra azione di questo esecutivo, il vero motto ispiratore di dei due partiti di maggioranza: “in dubio pro Republica”, e non più, come ci indica l’art.27.2 della Costituzione “in dubio pro reo”, secondo quell’idea cara al regime fascista che Giuseppe Maggiore, uno dei giuristi di riferimento del regime, scrisse nel suo “Diritto penale totalitario in stato totalitario”, vero manifesto del totalitarismo giuridico che però, per l’appunto, perfino il codice Rocco non sposò del tutto, salvando l’istituto in oggetto.
L’unico possibile risultato positivo di questa pagina della nostra storia repubblicana è che arrivati a questo punto, toccata questa vetta illiberale, i partiti cosiddetti moderati, e le forze politiche tutte che ancora credono nel valore della democrazia parlamentare e rifuggono dalla dittatura della democrazia diretta, si rendano conto delle responsabilità passate e nel futuro, anche quello prossimo, e si ricordino quanto è costato sfruttare le vicende giudiziarie degli avversari politici per una manciata di voti in più.