Articolo pubblicato in data 13/02/2019 sul blog Quo Usque Tandem.

Nel 1904 Filippo Turati definì le carceri italiane “L’esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si sia mai avuta”.
Cosa è cambiato dal 1904 a oggi? Un’analisi del problema dell’emergenza sovraffollamento.

Nel 1904 Filippo Turati tenne uno storico intervento alla Camera dei Deputati, il cui contenuto è ancora tragicamente attuale. Nel suo discorso, infatti, il socialista definì le carceri italiane “l’esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si sia mai avuta” e, soprattutto, paragonò lo stato della detenzione del suo tempo a una forma di tortura statalista , affermando “noi crediamo di aver abolito la tortura, ma i nostri reclusori sono essi stessi un sistema di tortura”. Se tali affermazioni possono apparire ai più eccessive per descrivere lo stato della detenzione odierna in Italia, a confermare l’attualità del problema è stata invece la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che, 109 anni dopo le dure parole di Turati, con la notissima sentenza Torreggiani, ha condannato l’Italia per aver violato l’art.3 della Cedu, proprio quello relativo alla proibizione della tortura e del trattamento o della pena disumano o degradante. La vicenda è conosciuta: i ricorrenti erano sette persone detenute per molti mesi nelle carceri di Busto Arsizio e di Piacenza, in celle triple e con meno di quattro metri quadrati a testa a disposizione. Se da Turati a Torreggiani è cambiato il giusto, lo stesso vale anche dopo: da Torreggiani a oggi non si è avuta nessuna misura né a breve né a lungo termine per risolvere il principale problema delle carceri italiane, il sovraffollamento, ed è anche per questo, come lo stesso Turati disse, che le nostre carceri erano e restano “fabbriche di delinquenti o scuole di perfezionamento dei malfattori.“ Se, infatti, il tema va prima di tutto analizzato da un punto di vista culturale e giuridico, entrambi prospettive che ci impongono che la detenzione avvenga tramite modalità rispettose della dignità umana (art.3 Cedu) e orientate al fine della rieducazione e della risocializzazione (art.27.3 Costituzione italiana) anche un più cinico ragionamento di convenienza sociale dovrebbe indurre a sostenere un modello di detenzione umano e dignitoso: come si può pensare che in carceri con il 120% circa di detenuti in più rispetto alla capienza legale prevista si possa veramente seguire un percorso orientato al reinserimento sociale? In condizioni simili è davvero improbabile, e anche i dati sulla recidiva lo dimostrano.

 Tornando al sovraffollamento un po’ di dati possono aiutare a capire le condizioni in cui versano le nostre strutture penitenziarie: 50.550 posti previsti sulla carta, dei quali, tra l’altro, non conosciamo il numero di quelli che sono realmente agibili e quelli che non lo sono, e una popolazione carceraria che oggi arriva a 60.125 (dati Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) con 9.575 detenuti in più rispetto al previsto. Una situazione, come risulta dall’evidenza oggettiva e impietosa dei numeri, che non è più sopportabile.A questo si aggiunga che l’anno appena terminato è quello che, escluso il tragico record di 72 del 2009, dal 2001 (anno in cui ci furono 69 suicidi), ha visto più suicidi dietro le sbarre: ben 67 (ristretti orizzonti http://www.ristretti.it/areestudio/disagio/ricerca/index.htm). E’ evidente che addebitare tutti i suicidi al sovraffollamento, come ha anche ricordato il presidente di Antigone Patrizio Gonnella in un suo articolo sul Manifesto (qui l’articolo: https://ilmanifesto.it/aumentano-i-suicidi-in-carcere-come-prevenire/ ), sarebbe errato poiché sono di più i fattori che possono concorrere all’esplosione di questo tragico fenomeno. Tuttavia è inevitabile sottolineare come le condizioni disumane delle nostre carceri non possano che favorire atteggiamenti ed esplosioni di patologie mentali  che possono tragicamente portare alla scelta di togliersi la vita.

 Ora, perché, come detto prima, da Torreggiani a oggi nulla è cambiato? Pur essendo innegabile che questa sia una patologia che storicamente affligge la penisola, e che quindi lo Stato ne sia responsabile da tempo immemore, volendo attualizzare è altrettanto vero che ad avere enormi responsabilità politiche siano i governi succedutisi dal 28 Aprile 2013 all’1 Giugno 2018, cioè i governi Letta-Renzi-Gentiloni. Tuttavia, in particolare gli ultimi due governi, con Andrea Orlando nel ruolo di guardasigilli, non hanno avuto il coraggio, per via delle pressioni politiche delle opposizioni di allora, in particolare da quelle dell’attuale governo del cambiamento penta-stellato, di fare una riforma dell’ordinamento penitenziario, demandando questo compito all’esecutivo successivo, e lavandosene le mani alla Ponzio Pilato. Una riforma di cui si è molto parlato ma che poi non ha mai visto la luce, tra tentennii e illusioni fino all’ultimo minuto di Andrea Orlando che, in questo senso, aveva aperto anche un dialogo con il Partito Radicale e Rita Bernardini, da sempre attentissimi al tema.

 Le soluzioni a breve termine, utilizzate come strumento di pace sociale e di ammissione dei propri limiti e della illegalità protratta per anni da parte dello Stato, potrebbero essere un indulto e una amnistia, quest’ultima pensata soprattutto per i reati legati a questioni bagatellari o per chi è detenuto da troppo tempo in attesa di giudizio (https://www.ilfoglio.it/giustizia/2019/02/03/news/la-condanna-degli-innocenti-235166/)

 

 

 

 

 

Così’ come anche un rafforzamento delle cosiddette misure alternative, questa intesa come soluzione a lungo raggio. Tali misure sono già previste dal nostro ordinamento, ma sono state, nella pratica, un enorme fallimento: scarsamente utilizzate e poco incisive, andrebbero invece rilanciate e rivisitate per consentire di eseguire la pena anche al di fuori del carcere, ovviando così al problema del sovraffollamento e incidendo anche sulla qualità della risocializzazione, come insegnano i dati sulla recidiva (da uno studio effettuato nel 2007 dal Direttore dell’Osservatorio delle misure alternative del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria DAP emerge che la percentuale dei recidivi fra coloro che scontano una pena in carcere è del 68,45%, mentre la percentuale scende al 19% se si guarda chi è destinatario di misure alternative. Tali dati sono stati confermati anche dalla ricerca condotta nel 2012 dall’Einaudi Institute for Economics Finance Eief, dal Crime Research Economic Group-Creg). Anche il tema della depenalizzazione potrebbe influire in maniera decisiva. L’Italia, rispetto ad altri paesi europei, prevede nel suo codice, e nelle leggi, un numero di figure di reato altissimo.

E costruire nuove carceri? Purtroppo pare essere questa l’unica ricetta del governo, opzione che, nella storia, si è dimostrata inutile e assolutamente inidonea a risolvere il sovraffollamento. Basti pensare che, salvo rari casi e brevi parentesi, è sempre stata questa la metodologia utilizzata, e siamo arrivati ai numeri odierni.

Incredibilmente, ma si sa questo è il periodo dell’assurdo, anche l’Unione delle Camere Penali e l’Associazione Nazionale Magistrati, cioè l’associazione più rappresentativa degli avvocati penalisti italiani e l’associazione sindacale dei magistrati italiani, sembrano concordare, almeno in senso generico e probabilmente attraverso percorsi e sfumature diverse, sul tema del rafforzamento delle misure alternative e della depenalizzazione come strumenti utili per combattere il sovraffollamento e in generale come importanti punti di programma per la nuova riforma del processo penale, così come risultato dall’ultimo incontro tra i due vertici delle associazioni, l’avvocato Gian Domenico Caiazza e il Dott. Francesco Minisci, organizzato dalla Camera Penale di Bologna sabato 2 Febbraio.

 

Ringraziamo Quo Usque Tandem, per la gentile concessione.