Il Sospetto è il capolavoro del regista danese Thomas Vinterberg. La pellicola, presentata al Festival di Cannes del 2012, si è aggiudicata il premio per la miglior interpretazione maschile grazie ad un superlativo Mads Mikkelsen. Candidata inoltre come miglior film straniero agli Oscar del 2014, ha visto invece trionfare la Grande Bellezza di Sorrentino. Il film racconta dell’accusa di pedofilia subita da Lucas, educatore in un asilo nido di una piccola cittadina danese che, già prima del giudizio, lo ritiene colpevole. Lucas, dunque, dovrà sopravvivere alla “caccia” della comunità, feroce nello sgretolamento della sua vita sociale e privata. Non basterà l’archiviazione: i giudizi che si celebrano fuori dalle sedi dei tribunali sono truculenti, si nutrono soltanto di colpevoli.

Danimarca. Lucas è un uomo ben integrato nella sua cittadina: educatore nell’asilo nido locale, divide il suo tempo tra la caccia, gli amici e la relazione con una collega. E’ ben voluto da tutti i bambini, tanto che un giorno una bambina, Klara, figlia del suo migliore amico, si “infatua” di lui, lasciandogli di nascosto un regalo, un cuore fatto di perline, come “dichiarazione d’amore”. Lucas però lo rifiuta e Klara, delusa, prima nega di avergli fatto il regalo, e in un secondo momento a casa, ascoltando “certe parole” dette dal fratello ad un suo amico durante una visione pornografica, inventa una storia. Va dalla direttrice dell’asilo e le descrive i genitali di Lucas, affermando di odiarlo. La direttrice interpreta le parole della bambina come un atto di molestie sessuali e procede con una denuncia alla polizia. L’arresto di Lucas, le indagini e la conseguente scarcerazione per mancanza di prove accelerano il racconto. Seppur dichiarato innocente dalla polizia, la comunità (che lo conosce da una vita) ignora il resoconto ufficiale: lo ha già giudicato colpevole. Dal momento della scarcerazione, Lucas subirà una serie di violenze e sarà costretto ad isolarsi quasi completamente. Solo un amico e suo figlio -avuto con l’ex moglie- rimarranno leali. E anche il reintegro sociale, avallato dalla sua difesa da parte del padre di Klara, sarà illusorio e momentaneo; durante una battuta di caccia, Lucas viene mancato di poco da uno sparo.

Questo è l’inquietante finale con cui Vinterberg lascia un suggerimento inequivoco: la possibile macchia del processo imbeve perfino il fitto e garantito tessuto dell’innocenza. L’ipotesi accusatoria qui anticipa la pena e avoca a sé la funzione stigmatizzante. Su di lui, rimane il “dubbio”. Nella scena finale, il regista ci fa vedere che qualcuno ha sparato ma non chi è, un “uomo indefinito”, come a dire che la comunità nella sua interezza sarà sempre un fantasma presente nella sua vita. Il titolo originale della pellicola è, non a caso, “Jagten”, che significa “caccia”. Tutta l’opera è una “lunga caccia” al protagonista, Lucas, che da abituale cacciatore dei boschi diventa a sua volta, lungo lo sviluppo della trama, preda. Nel Il Sospetto, Vinterberg abbandona il decalogo vontrieriano del Dogma 95, utilizzato per il suo primo grande film Festen (vincitore a Cannes), ma mantiene le tematiche, invertendole. Se in Festen vi era una critica alla società borghese disposta a tutto pur di mantenere le apparenze, dove un ricco magnate colpevole di pedofilia riesce a sfuggire per tutta la vita alla condanna (godendo anche dell’indifferenza della sua famiglia alla scoperta del crimine); nel Il Sospetto viene inscenato l’esatto contrario, il dramma di un uomo innocente giudicato colpevole non dalla giustizia, ma dalla sua comunità, disposta a seguire ciecamente i propri pregiudizi sostituendosi alla legge. Infatti, il piccolo paese dove si svolge la vicenda è chiuso quasi simbolicamente dai boschi, dando la sensazione che il protagonista non possa uscire da lì, da una natura bella e fredda, come la piccola umanità che la abita. A partire dalla denuncia della direttrice, la trama percorre alcuni tratti kafkiani in un’ escalation di violenza: l’allontanamento dal posto di lavoro, le minacce, il pestaggio al supermercato, l’isolamento che gli proibisce di accedere ai luoghi pubblici. E quando i genitori degli altri bambini sono decisi ad addossargli le colpe di ulteriori maltrattamenti, proprio grazie ai bambini Lucas verrà scarcerato, dato che le loro dichiarazioni sono contraddittorie, influenzate dall’immaginazione e con elementi discordanti, come quella di Klara. La violenza esplode nel suo culmine all’esecuzione di Fanny, la cagnolina di Lucas, che si presta come metafora sia dell’uccisione di un essere puro e innocente (come Lucas lo è) sia della vulnerabilità di Lucas (essendo stata la cagnolina presentata da Klara proprio come “la guardia” del protagonista). La vita privata di Lucas non ha più “protezione”, e così chiunque può fargli del male. Il regista ci fa vedere come il piccolo paese è “affamato” di giudicare il prossimo, di confermare i propri sospetti, come se non interessasse a nessuno indagare sulla verità. Basta l’immaginazione di una bambina per giudicare un uomo e condannarlo a una vita infernale; un esempio lo si può trovare nelle emblematiche frasi dette dalla direttrice dell’asilo, che afferma di credere sempre in quello che i bambini dicono, perché “i bambini non mentono mai su certe cose”. Vinterberg sceglie subito di mostrare l’innocenza del protagonista, senza lasciare nessun dubbio nello spettatore, per rendere possibile l’immedesimazione nel dramma. E così “gli altri”, la comunità in cui si vive, possono rendere la vita di una persona un inferno, perché i giudizi e le percezioni finiscono per definire gli altri. Ad un uomo di mezza età, come il protagonista, non basta che un’ipotesi di reato non valga una condanna, né l’archiviazione del caso: basta una bugia per cancellare chi sei dagli occhi delle altre persone, una menzogna a sostituire facilmente la verità. Proprio come nell’opera di Sartre “L’inferno sono gli altri”, il protagonista non è mai veramente libero, poiché deve continuamente confrontarsi con gli “altri” e con i giudizi che loro hanno di lui. Nei casi più estremi con i loro “sospetti”, talvolta socialmente anche più forti della legge.