Abbiamo raggiunto telefonicamente Riccardo Magi per un’intervista. Già Segretario nazionale di Radicali italiani e Consigliere comunale a Roma, è stato eletto alla Camera dei deputati alle politiche del 2018 con +Europa. Con lui abbiamo parlato di proibizionismo, auto-coltivazione e legalizzazione della cannabis, del fenomeno del consumo e del commercio delle sostanze stupefacenti, affrontando il tema tanto da una prospettiva politica, quanto da un punto di vista sociale, culturale e penitenziario.

Martedì ha partecipato ad una conferenza stampa indetta da Meglio Legale alla Camera. Alla conferenza ha portato con sé una piantina di marijuana. Ci racconta il perché di questo gesto simbolico?


Riccardo Magi: Martedì mattina alla Camera dei Deputati abbiamo tenuto una conferenza stampa su un aspetto molto preciso e urgente da affrontare e da porre all’attenzione del governo, a maggior ragione in questo momento. Come sappiamo, in una fase di emergenza sanitaria come quella attuale per il Covid, sono tanti i cittadini con varie patologie extra Corona virus che hanno difficoltà a curarsi. Tra questi, ci sono quei cittadini che per la loro terapia fanno anche uso di cannabis. Parliamo di cittadini che sono affetti da malattie spesso degenerative, malattie molto gravi con delle conseguenze molto pesanti in termini di dolori e di condizioni fisiche. Purtroppo, anche loro in questa fase di emergenza sanitaria non si sono visti aiutare dallo Stato nel reperire il farmaco. Al contrario, il governo italiano nelle ultime settimane sta mettendo in atto una serie di provvedimenti che rendono ancora più difficile curarsi. Già a causa delle normativa italiana c’è una lacuna cronica e strutturale sulla cannabis terapeutica: nei fatti, noi abbiamo una condizione di monopolio sia della produzione che della importazione dei farmaci a base di cannabis, così da non averne mai a sufficienza per soddisfare il bisogno dei malati. In più, in questo momento c’è una difficoltà maggiore, pensiamo a chi ha difficoltà a muoversi. Ora, fatte queste premesse, per rispondere alla domanda: un provvedimento del ministro Speranza di qualche mese fa ha reso di fatto impossibile spedire gli olii estratti dalla cannabis. Martedì, infatti, eravamo alla Camera perché un malato, Walter Di Benedetto, che vive una malattia in stato molto avanzato e che si cura con la cannabis, si trova adesso indagato. Non riuscendo ad avere la cannabis necessaria per la sua terapia per i motivi che dicevamo, infatti, ha avviato una auto-coltivazione. Abbiamo presentato e sostenuto il suo appello al Presidente della Repubblica, nel quale chiede che venga rispettato il suo diritto alle cure e l’articolo 32 della Costituzione. L’occasione di oggi è stata importantissima e poiché tutte le battaglie antiproibizioniste sono fra loro collegate, io ho portato, sostenendo la battaglia di Walter di Benedetto, una pianta di canapa che è frutto della mia coltivazione domestica, dicendo che sono disponibile a cederla a lui, autodenunciandomi sia per la coltivazione che per la cessione che mi accingo a fare, che sarebbe ovviamente una cessione a fini terapeutici.


A proposito di auto-coltivazione, qualcosa si è mosso con la sentenza n. 12348/2020 delle Sezioni Unite della Cassazione e la questione è ancora aperta. Ritiene che il fronte dell’auto-coltivazione possa essere la via più interessante, o semmai la più facile, per provare ad aprire una breccia nel muro della politica proibizionista ?


RM: Diciamo che intanto, facendo una valutazione di carattere generale, nel nostro paese come in tanti paesi occidentali, si fa una guerra alle droghe ormai da molti decenni con una legislazione molto repressiva, con delle pene molto dure; una repressione che, però, non ha sortito gli effetti desiderati dal legislatore. Questo dovrebbe spingere un governo −che sia minimamente attento− ad una valutazione concreta delle politiche che mette in atto, a constatarne il fallimento e a cercare di comprendere la complessità di questo fenomeno, che è insieme un fenomeno sociale, sanitario e criminale, e che quindi ha tante facce estremamente correlate e complesse da analizzare tutte quante insieme. In particolare, nella nostra legislazione la produzione di una sostanza stupefacente, sulla carta, rischierebbe di essere punita in maniera più dura dell’acquisto sul mercato illegale per scopo personale. Questo, in base ad una distorsione di fondo della ratio che c’è nel T.U. sulle droghe. La sentenza a cui giustamente fai riferimento, che, per semplificare, ha stabilito che non dev’essere considerata penalmente rilevante la coltivazione qualora questa avvenga con modalità che mostrino essere una coltivazione finalizzata all’uso personale, ha ovviamente un grande significato. E’ importantissimo che ci sia stata questa pronuncia perché le S.U. in teoria danno un orientamento, anche se la realtà è diversa, in quanto in molti tribunali continuano ad operare diversamente. Anche molte operazioni di polizia, con tutto ciò che comporta in termini di dispendio di risorse e di efficacia, continuano ad avvenire nei confronti di chi palesemente fa una coltivazione di poche piante finalizzata ad un uso personale. Ciò dimostra che questa sentenza da sola non basta. In questo momento, nella difficoltà del quadro politico attuale di incardinare dei provvedimenti di riforma organici del T.U. in materia di stupefacenti, il punto dell’auto-coltivaizone potrebbe essere il primo punto su cui mettere a segno un piccolo grande passo in avanti, andando a modificare l’art.73 del T.U. e chiarendo che non è in alcun modo punibile la coltivazione domestica ad uso personale. Serve una norma più chiara possibile, in modo da lasciare al giudice meno margine di discrezionalità. Al momento, c’è l’occasione per portare a casa questo risultato. In commissione Giustizia (alla Camera, ndr), c’è una proposta di legge a mia firma e di altri 30 deputati di diversi gruppi parlamentari che chiede esattamente questo: una modifica dell’art.73 del T.U. , la norma per cui in Italia finiscono più persone in carcere ogni anno, ovviamente non solo ma anche per la cannabis. Le condizioni non sono facili, anche considerando l’attuale maggioranza che, sulla carta, dovrebbe essere forse una delle più favorevoli ad un provvedimento di questo tipo. Si tratta di un provvedimento che oltre alla non punibilità della coltivazione domestica, prevede anche una formulazione più precisa del fatto di lieve entità come fattispecie autonoma, e quindi una riduzione delle pene con obiettivo di ridurre l’ingresso in carcere di persone che magari vi stanno per pochissimo tempo, dando vita al fenomeno delle cosiddette porte girevoli. Sono persone che spesso vivono in quella zona grigia situata sul confine tra piccolo spaccio e consumo personale. Questo sarebbe quindi un intervento minimo ma estremamente importante perché, a mio avviso, farebbe fare un passo al legislatore e al nostro paese nella giusta direzione, la direzione della depenalizzazione e della legalizzazione a partire dalla coltivazione domestica. Pensateci: sarebbe difficile sostenere che non si debba fare un passo successivo per regolamentare la produzione e la vendita di questo prodotto, in quanto possibile coltivare in casa. Coltivabile in casa ma non acquistabile? Sarebbe un palese controsenso. 


A proposito di proposte in Commissione Giustizia, sappiamo però che c’è anche un’altra proposta sul tema degli stupefacenti. Una proposta di segno diametralmente opposto rispetto alla sua, che proviene dalla Lega e che prevede di rendere ancora più stringente l’attuale legislazione in materia…

RM: La proposta cui fai riferimento è quella a prima firma di Molinari, capogruppo della lega alla Camera, che va, appunto, nella direzione opposta alla mia. L’obiettivo di tale proposta, in pratica, è quello di assicurare al carcere chiunque abbia a che fare con le sostanze stupefacenti, senza alcuna distinzione. Addirittura il fatto di lieve entità, paradossalmente, viene punito con un minimo di pena che è maggiore rispetto a quella prevista per il fatto che non è di lieve entità! Questo avrebbe degli effetti devastanti. Si registrerebbe l’ingresso in carcere di qualche decina di migliaia di persone in più l’anno. Siamo nel delirio legislativo vero e proprio. Questo è il tipo di demagogia e di populismo penale applicato agli stupefacenti con cui dobbiamo confrontarci, quando invece sarebbe necessario riflettere sul fatto che i cittadini vanno eccome in carcere per reati legati alle droghe. Ricordo che circa il 50% dei processi per droga si conclude con una condanna, mentre per tutti gli altri processi la percentuale è molto più bassa. Le carceri italiane sono piene di persone detenute per reati legati agli stupefacenti. Molte di loro hanno problemi di tossicodipendenza che non sono sempre conclamati, e che quindi che non ricevono le cure adeguate. Bisognerebbe intervenire per correggere queste distorsioni anziché per crearne di nuove in chiave demagogica. 


A suo avviso, dopo anni di politica e di militanza, per quale motivo si incontra sul tema della legalizzazione un’opposizione aprioristica, quasi più granitica di quella che si può incontrare, invece, su un tema divisivo come quello del “fine-vita”? Su quest’ultimo sicuramente ci sono resistenze forti, ma si è da anni avviato un dibattito molto intenso. Rispetto al tema della legalizzazione, sembra esserci un muro inscalfibile e trasversale…


RM: Il tema delle droghe è strumentalizzato politicamente e soffre una propaganda demagogica anche più costante e profonda di quanto sia stato fatto con l’immigrazione, sia dalla destra che dalla sinistra. La classe dirigente italiana, la classe politica e i partiti maggiori rifiutano di adottare un metodo scientifico, ossia quello di valutazione oggettiva dei risultati delle politiche. Si rifiutano, in sostanza, di esaminare un fenomeno sociale che, come dicevo prima, ha tante implicazioni e tante sfaccettature. Inoltre, si rifiutano anche di osservare in ottica comparata ciò che avviene negli altri paesi. Purtroppo, dobbiamo dire che il nostro è completamente immobile su queste politiche, mentre in tanti altri, come ad esempio negli Stati Uniti, il tema sta trovando spazio nella campagna elettorale. Penso poi al Canada, all’America Latina, al Portogallo. Qua c’è un problema di conformismo culturale e di conformazione culturale della nostra classe dirigente, ma anche di incapacità di confrontarsi col fallimento delle proprie politiche. Questo, infatti, significherebbe dover analizzare i dati e la famosa relazione sulle sostanze stupefacenti che il governo ogni anno deve presentare. Ecco, quella relazione dovrebbe essere la base di un dibattito in Parlamento, ma siccome non ci si vuole confrontare con la realtà e con i risultati delle proprie politiche, queste rimangono immobili e sempre uguali a sé stesse, continuando a fare danni ed evitando la riforma. Anche gli osservatori internazionali ci dicono che è ormai conclamato che una politica unicamente repressiva non scalfisce minimamente il mercato delle droghe. Ciò che serve è fare informazione, politiche di riduzione del danno e di decriminalizzazione, investendo su conoscenza, prevenzione ed assistenza socio-sanitaria a persone con dipendenze, trattando i cittadini da persone libere e responsabili. Questo, inoltre, aiuta ad affrontare il problema dell’abuso e della dipendenza delle sostanze stupefacenti finalmente in maniera complessa. Un’operazione necessaria, perché il problema è, a sua volta, complesso.