Extrema Ratio intende esplorare il tema dell’errore giudiziario raccogliendo voci, sensibilità e prospettive plurali, tanto dal mondo del diritto quanto dal panorama politico e istituzionale. Si tratta di un fenomeno la cui importanza nel dibattito pubblico è diventata, negli ultimi anni, sempre più rilevante, anche per effetto della crescente attenzione mediatica su singoli casi. La riflessione, però, deve essere capace di andare oltre la cronaca, nel rispetto della sua gravità, del numero di vicende che ogni anno coinvolgono persone ingiustamente accusate o private della libertà e delle implicazioni sulla tenuta stessa del nostro sistema processuale. Per questi motivi, abbiamo voluto intervistare l’Avv. Francesco Petrelli, Presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane. Come noterà il lettore, l’Avvocato analizza le cause dell’errore giudiziario, rintracciandone le radici in scelte culturali e politiche piuttosto che nella fatalità del fattore umano; si sofferma sui numeri delle ingiuste detenzioni e dei risarcimenti maturati negli ultimi trent’anni; affronta il rapporto sempre più ambiguo tra giustizia e informazione e individua, nella centralità del giudice terzo, il primo e ineludibile passo verso ogni possibile riforma.


*crediti foto in calce all’articolo

Quali sono le principali cause degli errori giudiziari e qual è oggi, a suo parere, la più determinante?

Quando si affronta il problema dell’errore giudiziario, si dice che l’errore è umano e, dunque, in qualche modo inevitabile. Ma, al contrario, proprio perché si tratta di un fatto umano, come tutto ciò che appartiene alla nostra cultura e alle nostre strutture sociali, quell’errore può essere evitato. Quello giudiziario è, in particolare, un errore che può e deve essere evitato, accertandone e rimuovendone le cause. A me sembra, invece, che il nostro sistema giudiziario e la nostra stessa cultura processuale non vadano affatto in quella direzione. Si tratta, purtroppo, di una scelta culturale e politica. Come è stato infatti saggiamente ricordato «tutto ciò che rende più facile la condanna di un colpevole contribuisce a rendere più facile la condanna di un innocente».

Circa mille casi l’anno, oltre 800 milioni di euro di risarcimenti negli ultimi 30 anni: i numeri dicono che siamo di fronte ad un malfunzionamento strutturale. Perché allora le riforme stentano ad arrivare?

Non solo l’uso di standard probatori sempre più modesti, suggerito dal mito dell’efficienza, ma anche la stessa rinuncia ad una figura di giudice terzo come unico possibile garante delle libertà e dei diritti dell’accusato, costituiscono una causa evidente del fenomeno dell’errore (in qualsiasi forma esso si manifesti). Le mille ingiuste detenzioni che si verificano in media ogni anno e l’iceberg sommerso e non accertabile degli errori coperti dal giudicato, costituiscono l’insostenibile statistica di un sistema ordinamentale e processuale evidentemente inadeguato.

Il caso Garlasco sembra aver portato alle estreme conseguenze la sinergia perversa tra sistema giudiziario e informazione. È un caso-limite o il paradigma di una deriva ormai ordinaria?

Anche la comunicazione televisiva, come quella social, corre oramai sul filo degli algoritmi, dei flussi di dati, del sentimento collettivo, cui è difficile resistere: le scelte dei contenuti sono determinate da questi grandi dispositivi sociali circolari. Una volta si trattava di una relazione funzionale instaurata fra procure e giornalisti, ora il gioco è reso più complesso e rischia di sfuggire di mano anche a questi soggetti storici basici della comunicazione giudiziaria.

Il Libro bianco dell’UCPI ha documentato che l’82% degli articoli di cronaca penale si schiera con l’accusa. I media sono un fattore causale degli errori giudiziari o ne sono soltanto uno specchio?

Per quanto se ne dica, le decisioni del giudice sono decisioni “umane” e come tali condizionate necessariamente da molteplici fattori esterni: basta rifarsi in proposito alla produzione scientifica di Daniel Kahneman. Se questi condizionamenti valgono per il giudice professionale, ancor più sono decisivi per le persone comuni che sono destinate a giudicare in una Corte d’assise. Inimmaginabile una qualche “verginità cognitiva” a seguito di una diffusa campagna informativa colpevolista. Tuttavia, per quanto riguarda gli errori alla base delle ingiuste detenzioni, la ragione del loro numero deve essere individuata nella contiguità dei ruoli fra Giudice per le indagini preliminari e Pubblico Ministero e nella scarsa cultura del limite del giudice, che tende ad assecondare le richieste cautelari condividendo la medesima visione del processo penale come strumento di contrasto ai fenomeni criminali, il che gli impedisce di interpretare quel fondamentale ruolo di controllore e di garante delle libertà dei cittadini che il codice gli assegna.

Tra le riforme possibili, tanto sul piano processuale quanto sul piano ordinamentale, da dove si comincia?

Ridare centralità e forza alla figura del giudice è un passaggio fondamentale sul piano processuale, ma si tratta di una centralità che evidentemente costituisce anche un passaggio culturale perché scardina nell’immaginario collettivo l’egemonia della figura del pubblico ministero, nel quale l’opinione pubblica individua l’unico vero portatore di verità: quello che poi decide il giudice è irrilevante e se il giudice smentisce il pubblico ministero è destinato alla gogna.

Il problema è, ormai, sotto gli occhi di tutti. Questa consapevolezza diffusa può tradursi in una convergenza tra avvocatura, magistratura e politica ai fini dell’elaborazione di soluzioni condivise?

Occorrerebbe ribadire un’idea condivisa della giustizia penale, non come strumento di contrasto ai fenomeni criminali ma come garanzia fondamentale dello Stato di diritto e della fondamentale lealtà dello Stato nei confronti di ogni cittadino, ma mi pare che sia difficile in questo momento aprire un varco fra veti incrociati e scomuniche reciproche. Credo che sia la nostra stessa storia associativa ad assegnarci un ruolo propositivo che dobbiamo saper costruire nei fatti in questo particolare momento, allacciando relazioni apparentemente impossibili, mettendo a frutto la nostra trasversalità, la nostra autonomia e la nostra autorevolezza.


*foto ricavata dall’articolo su L’Unità “Intervista a Francesco Petrelli: “Meno fango e sprechi con lo stop all’abuso d’ufficio” di Angela Stella, 11 gennaio 2024