Abbiamo intervistato Marcello Bortolato ed Edoardo Vigna, rispettivamente Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze e caporedattore nella redazione del magazine “7”. Insieme, hanno scritto “Vendetta pubblica. Il carcere in Italia”, pubblicato da Laterza, un saggio in cui si smontano, pezzo per pezzo e dati alla mano, le infinite fake news sul carcere e si smentiscono i troppi falsi miti che lo riguardano. Nel libro, inoltre, si racconta la difficile quotidianità del carcere, fatta di contagio criminale e di ozio forzato. Tra i temi centrali, anche il diritto all’affettività per i detenuti e una riflessione sul modello della giustizia riparativa.

Partiamo da una delle tematiche centrali del vostro saggio: la distanza tra realtà e percezione. L’opinione pubblica è convinta che in Italia si punisca poco e che in carcere non ci finisca nessuno. In realtà siamo uno dei paesi dove si punisce di più, con pene più più alte e con una permanenza dei detenuti in carcere decisamente più elevata che in altri paesi europei. Quali sono le ragioni di questa distanza?

Edoardo Vigna: Credo che si tratti di un pregiudizio antico, sbagliato ieri e a maggior ragione sbagliato oggi; viene perpetuato dal fatto che una parte delle forze politiche cavalca e strumentalizza profondamente il tema del carcere e della sicurezza. C’è una narrazione costante in questo senso che ha scopi di natura propagandistica. Perciò, è necessario ripartire dai dati oggettivi. Per fare un esempio, in Italia le condanne sono più lunghe che in molti paesi europei (anche Francia e Germania) e, oltre alle condanne, anche l’effettiva permanenza in carcere è più lunga da noi che altrove. Ecco, i dati vincono, sono numeri che non possono essere contestati. Detto questo, non si può negare che i giornali e l’informazione in rete molto spesso danno spazio a casi eclatanti. Casi che pure esistono, e di cui dunque non si può negare o nascondere l’esistenza, ma che non sono la maggior parte. Sono i grandi numeri a fotografare la realtà complessiva, non pochi casi clamorosi. E i grandi numeri ci dicono, per esempio, che i detenuti che usufruiscono di benefici e che commettono reati durante il permesso o mentre si trovano fuori per alcune misure alternative sono in realtà un numero ridottissimo. Questo dato è incontestabile, si possono fare tante chiacchiere ma non si può che partire dalle statistiche.

Marcello Bortolato: Il carcere e più in generale il tema della sicurezza è uno strumento di propaganda formidabile. Per questo, come diceva Edoardo, si prestano a deformazioni di tipo esclusivamente propagandistico. Bisogna, però, aggiungere una considerazione. Il mondo del carcere, ed in generale quello dell’esecuzione della pena, difettano di trasparenza per loro natura. Il carcere è di per sé un’istituzione chiusa che non lascia trapelare nulla all’esterno. Questo significa che lo conoscono solo coloro che hanno la sfortuna di esservi rinchiusi o gli addetti ai lavori. É un aspetto che non si può tralasciare. La volontà del nostro libro, infatti, era proprio quella di uscire dal ristretto mondo degli addetti ai lavori e cercare di descrivere il carcere per come è realmente. Non avevamo, dunque, soltanto l’intenzione di riportare dati e fatti oggettivi per smontare i luoghi comuni che caratterizzano la percezione diffusa sul carcere, ma anche quello di descrivere la realtà carceraria nella sua quotidianità, di raccontarne le difficoltà e le criticità anche a chi non sa effettivamente in cosa consista. Abbiamo voluto evidenziare anche i profili più umilianti, quelli relativi al tema dei diritti fondamentali. Dire cose come “stanno tutto il giorno davanti alla televisione” o “si sta meglio dentro che fuori”, significa non aver mai visto come è fatta una cella, non aver idea di quanto persone possano essere contenute all’interno di un’unica stanza e di quante, invece, ce ne stiano davvero.

Ecco, a proposito di luoghi comuni come “vitto e alloggio gratis” e “stanno tutto il giorno davanti alla televisione”: quali sono gli aspetti più critici della vita quotidiana in carcere?

EV: Del carcere l’opinione pubblica ignora gli aspetti più basilari. In pochissimi sanno, per esempio, che i detenuti mangino nella loro cella, celle piccole e con più persone del dovuto. Nei film americani siamo abituati a vederli mangiare in mensa -che è comunque un luogo di socialità- e così siamo convinti che avvenga anche qua. In Italia, invece, mangiano in cella, e c’è un detenuto che distribuisce i pasti la mattina, a pranzo e a cena. Questo è solo uno dei dettagli della vita quotidiana di un detenuto che solitamente non si conoscono. A proposito della televisione: quando c’è, è condivisa da più persone nella stessa cella e si creano spesso discussioni sul programma da seguire, sul fatto di cambiare canale. Nel libro abbiamo scelto di raccontare in maniera oggettiva, a volte quasi fredda, la vita quotidiana in carcere perché è la premessa fondamentale per poter poi individuare i punti di criticità del sistema carcerario.

MB: Ecco, in tal senso individuerei tre ambiti. Innanzitutto quello dello spazio. Il problema del sovraffollamento è un problema concreto e che attiene alla vivibilità fisica. Le carceri italiane sono spesso fatiscenti, soffrono problemi di vetustà e cadono letteralmente a pezzi- anche perché non ci sono soldi per sistemarle. Quando non addirittura costruite in fortezze o conventi più o meno riadattati, sono dei casermoni di cemento tutti uguali, costruiti tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, all’epoca delle cosiddette “carceri d’oro”. Si tratta di strutture concepite come carceri cellulari: un susseguirsi ininterrotto di celle, una uguale all’altra, tutte molto piccole, dove dovrebbero starci al massimo uno o due detenuti, e dove invece se ne trovano di più. D’altronde, il problema del sovraffollamento è stato portato all’attenzione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e l’Italia, al pari di paesi come la Turchia e Russia, ha subito in tal senso una pesantissima e umiliante condanna.

E il secondo ambito?

MB: In carcere, oggi, la stragrande maggioranza dei circa 54.000 detenuti rinchiusi è condannata all’ozio forzato. Ecco il secondo grande tema: solo una piccola percentuale di loro può lavorare, uscire per semilibertà o svolgere altre attività. Gli altri stanno dentro ad affrontare, giorno dopo giorno, una giornata sempre uguale a sé stessa, in cui si è costretti a subire la limitazione della libertà personale senza che lo Stato offra concretamente la possibilità della funzione rieducativa contenuta nell’art.27 della nostra Costituzione. Intendiamoci, c’è anche qualche detenuto a cui va bene dormire tutto il giorno ed è un suo diritto farlo e non dedicarsi ad altro. La maggior parte dei detenuti, tuttavia, vuole impiegare il tempo, desidera fare qualcosa. L’ozio imposto provoca depressione, può creare disagi psichici, slatentizzando magari disturbi già presenti e comporta, ovviamente, anche problemi di natura fisica e di salute. La terza questione(il terzo ambito di cui parlavo), infine, riguarda la violazione dei diritti fondamentali. La legge prevede, chiaramente, che questi diritti debbano essere garantiti. Il detenuto, in teoria, dovrebbe essere privato esclusivamente della libertà personale. Chi si trova detenuto in carcere non può essere privato della sua dignità e di tutto il bagaglio di diritti che la compone. La dignità, va sottolineato questo, vale per tutti: l’art.3 parla chiaro, la dignità vale anche per chi ha commesso il reato. La violazione dei diritti purtroppo c’è, e noi magistrati di sorveglianza ne abbiamo contezza anche per i reclami che vengono mossi dai detenuti..

Quali sono i diritti che compongono il valore della dignità a suo avviso?

MB: Faccio un esempio per tutti, quello dell’affettività. Io ed Edoardo, per l’importanza che ha questo tema, abbiamo deciso di dedicargli uno specifico capitolo. L’amputazione dell’affettività è un’amputazione grave e l’assenza di questo diritto rappresenta uno dei temi più importanti del carcere oggi in Italia; questo, benché nella pubblica opinione la possibilità di esprimere la propria affettività e la propria sessualità con i propri cari venga visto come un premio, un regalo, un dono da non concedere al detenuto, il quale -secondo la vulgata- dovrebbe soffrire dal primo giorno all’ultimo in cui è recluso. Al contrario, il diritto all’affettività fa parte del bagaglio della dignità, perché una persona, un uomo che non ha la possibilità di esprimere la propria affettività non è uomo, e viene privato di una parte delle sue caratteristiche essenziali. Noi ci rendiamo conto del fatto che il tema sia complesso. A livello organizzativo, non è facile garantire a tutti i detenuti un’affettività che sia uguale per tutti, nonostante ci sia stata la legge delega n. 103 del 2017 che conteneva un criterio direttivo per il quale lo Stato si sarebbe dovuto dotare di una normativa per garantire il diritto all’affettività. Tra l’altro, e concludo sul punto, sminuire questo diritto parlando esclusivamente di diritto alla sessualità è errato. La sessualità è una parte fondamentale dell’affettività e le stanze dell’amore in carcere sarebbero necessarie, ma non si tratta solo quello. É molto più ampio il concetto di affettività.

EV: Vorrei porre l’attenzione su un tema. Bisognerebbe iniziare a chiedersi che cosa significhi passare mesi, anni, talvolta una vita senza poter abbracciare mai il proprio compagno, la propria compagna. E’ una privazione che va oltre il voler far soffrire il detenuto, si tratta di una crudeltà che una società democratica non può permettersi.

Sempre in tema di diritti fondamentali, nel libro avete scritto che “lo Stato esercita il potere di privare un uomo della libertà: ogni altra imposizione è un’inaccettabile violazione dei suoi diritti”. Arrivo al punto: le ulteriori limitazioni imposte dal 41-bis restano all’interno di questo confine? Si tratta di un regime compatibile con il principio di umanità della pena

MB: Il tema del 41-bis è un tema particolare, che richiede un approfondimento specifico che nel libro, volutamente divulgativo e accessibile, non poteva avere spazio, tanto per complessità che per questioni di spazio. Premesso questo, si tratta di un regime più volte salvato dalla Corte Costituzionale e dalla CEDU. Dunque, dobbiamo prendere atto che gli organi di suprema giustizia sui diritti umani hanno detto che in sé il regime, almeno astrattamente, non è contrario ai diritti fondamentali. Detto ciò, bisogna fare poi i conti con l’applicazione pratica, le modalità con cui questo regime viene concretamente applicato. Questo è il punto fondamentale. Bisogna ricondurlo alla Costituzione, alla sua funzione originaria che è quella di impedire il contatto con il mondo esterno per i capi mafia. Chiaramente si tratta di un principio che deroga a quello del trattamento, perché si interrompono tutti i legami con la società. Questo avviene, però, perché si tratta di soggetti con un elevato tasso di pericolosità. Il 41-bis ha avuto una sua importanza storica ed è stato uno strumento fondamentale di lotta alla mafia, ha prodotto risultati importanti ma è nato in un contesto emergenziale, esiste ormai da trent’anni e questo ci obbliga ad alcune ulteriori riflessioni. Due sono le cose: non è servito o è servito a poco, perché la mafia è ancora fiorente; oppure si riconosce la sua importanza e la sua utilità, e ci si sforza di portarlo ad essere compatibile con i diritti fondamentali, pur sapendo che è pressoché impossibile garantire un percorso di risocializzazione, dato che il regime speciale è pensato per funzionare in senso opposto.

In che modo?

MB: E’ quello che, per esempio, ha fatto la Corte Costituzionale con alcuni limitati interventi, che attenevano ad alcuni piccoli diritti come quello di poter cucinare. Si tratta di delineare un percorso per rendere questo regime compatibile con un sistema di diritti comunque non comprimibili oltre un certo limite.

A proposito di regimi in potenziale contrasto con la Costituzione, si può parlare di ergastolo ostativo…

MB: Come componente del collegio del Tribunale di Sorveglianza di Venezia, ho sollevato una questione di legittimità costituzionale su un caso di ergastolo ostativo, quello previsto dall’art.58 -quater comma 4, che è stata accolta dalla Corte Costituzionale con la sentenza 149/2018. Una sentenza che, tra l’altro, ha detto anche molto più del previsto, allargando il suo intervento al di là della questione che gli era stata proposta, con parole importanti sulla finalità rieducativa della pena. Ho sollevato quella questione proprio perché ritenevo che quella tipologia di ergastolo ostativo fosse incompatibile con l’art.27 comma 3. Bisogna dirlo chiaramente: l’ergastolo ostativo è una palese violazione del principio rieducativo. Tant’è che in parte è già stato smantellato dalla sentenza 253/2019 della Corte Costituzionale, quella sui permessi premio, e adesso è all’esame della Corte la questione sulla liberazione condizionale. Se la questione dovesse essere accolta, l’ergastolo ostativo sparirebbe di fatto dal nostro ordinamento.

Cambiando argomento, durante la pandemia sono piovute enormi critiche sulla magistratura di sorveglianza, in particolare per la discussa questione dei differimenti pena per alcuni soggetti condannati per reati di mafia. Cosa ne pensa Bortolato?

MB: Anche qui si torna alla prima domanda: c’è stata una grande opera di disinformazione. Ci sono voluti quattro mesi per rendersi conto che i famosi quattrocentocinquantatré “boss mafiosi” in realtà erano duecento, e di questi duecento ben cento erano in detenzione cautelare, quindi innocenti fino a prova contraria, e che gli altri non erano assolutamente tutti dei boss, tranne 4 di cui uno solo al 41-bis. Si torna al tema della realtà, a quello dell’amore per i fatti, l’amore per la verità. Nessuno ha avuto mai il coraggio di dire come stavano le cose, nessuno si è preso l’impegno di venire a verificare i numeri dalla magistratura di sorveglianza. Si è preferito fare dei programmi televisivi dai toni allarmistici. Si è trattato di una evidente manipolazione, fatta a che scopo non lo so e non voglio saperlo. Tra l’altro, la norma che ha consentito a questi “pericolosissimi boss” di “uscire” dal carcere è una norma contenuta nel codice fascista del 1930, l’articolo 147 del codice penale. Nel libro facciamo riferimento a questo: diciamo, in maniera ironica, che persino durante la dittatura fascista un pizzico di umanità non mancava.

Colgo la palla al balzo. Come magistrati di sorveglianza non vi siete sentiti attaccati, oltreché dai media, anche da alcuni noti pubblici ministeri che hanno partecipato ai programmi televisivi appena citati?

MB: Attacchi diretti nei confronti della magistratura di sorveglianza da parte di pubblici ministeri non ci sono stati. Ci sono stati dei riferimenti indiretti. Ma non mi piace portare la questione su una contrapposizione tra diverse magistrature. Siamo tutti un unico corpo in cui ci sono anche posizioni diverse su alcuni argomenti. Ad attaccarci maggiormente è stato il provvedimento legislativo adottato. Immaginate cosa sarebbe successo se, all’indomani di una sentenza sgradita, di assoluzione o di condanna non importa, si fosse imposto per Decreto legge che quella decisione dovesse essere riesaminata nei quindici giorni dagli stessi giudici. Ci sarebbe stato, giustamente, una sollevazione popolare della pubblica opinione. Anche perché ci sono rimedi fisiologici, come il ricorso in Cassazione, a cui il pm insoddisfatto potrebbe ricorrere. Il Decreto Bonafede, che ha voluto sottoporre le decisioni in tema di differimento della pena dei soggetti portatori di malattie croniche o di grave infermità fisica – collegate alla possibile diffusione di pandemia nelle carceri – ad una revisione ogni quindici giorni, è stato un atto di grande sfiducia nei confronti della magistratura di sorveglianza. Aggiungo un’ultima cosa: sono magistrato ormai da trent’anni ormai , e non ricordo un momento in cui la magistratura di sorveglianza non sia stata sotto attacco. Ed anche in maniera contraddittoria. Mi spiego: ricordo che qualche giorno prima di essere accusati di essere stati, per così dire, troppo compassionevoli nei confronti dei mafiosi, di scarcerarli senza motivo, c’è stata una interrogazione parlamentare in cui si lamentava un approccio eccessivamente restrittivo e rigido da parte di un certo tribunale di sorveglianza, in relazione alla mancata concessione di alcuni permessi premio. La giacchetta viene tirata da tutti i lati. Dico quindi che, in maniera paradossale, scontentiamo sicuramente tutti.

EV: Vale sempre anche per il giornalismo. Quando vieni criticato da una parte e dall’altra, sei solitamente nel giusto.

MB: Si tenta di essere nel giusto. Questo perché la magistratura non è depositaria in sé della verità. Uno dei mali principali della magistratura è la sua autoreferenzialità.

Non è usuale sentirlo dire da un magistrato

MB: Beh, io sono autocritico. Prima di tutto nei miei confronti. E poi nei confronti dell’intera categoria. Se c’è una categoria di autoreferenziali è quella dei magistrati.

EV: Anche il mondo dell’informazione sconta questo problema, ma è afflitto da problemi peggiori. Quello delle informazioni sbagliate. Ora si chiamano fake news, con un termine con cui gli si da una dignità e un’importanza maggiore. Troppo spesso non si verificano le informazioni come si dovrebbe. La fretta di pubblicare sul web non aiuta. Per fortuna, però, ci sono segni di miglioramento. La stampa internazionale dimostra, per fortuna, che alla lunga è l’informazione di qualità a pagare. Penso al modello del NY Times o del Monde. É questo l’antidoto per sopravvivere alla diffusione delle fake news.

Torniamo al tema stretto del carcere. E’ ormai fuori dubbio che la politica proibizionista incida in maniera notevole sul sovraffollamento carcerario. Ritenete che la strada della decriminalizazione, della legalizzazione possano essere percorsi da prendere in considerazione? Concordate con questa ricostruzione?

EV: Nel libro, come detto prima anche per il 41-bis, non entriamo nello specifico nell’argomento del proibizionismo. Prendiamo però coscienza del fatto che l’opzione proibizionista (non solo italiana, dato che attraversa molti paesi europei) ha dimostrato di essere fallimentare. Le carceri si sono riempite di persone che hanno commesso reati legati agli stupefacenti o reati connessi alle sostanze stupefacenti perché provocati dal fatto di volersi procurare la droga. Se questa politica è stata fallimentare, qualche considerazione andrebbe fatta. Tale tema potrebbe essere una priorità per il prossimo Parlamento post Covid. Quale strada intraprendere potrà essere discusso, ma bisogna partire da queste considerazioni.

MB: Anche qui bisogna partire da un dato di fatto: dobbiamo prendere atto che almeno il 35% dei detenuti ristretti nelle carceri italiane ha un problema di tossicodipendenza, quasi sempre connessa al reato commesso. Bisogna chiedersi se l’istanza punitiva nei confronti di persone che dovrebbero essere curate, più che punite, abbia ancora una giustificazione. Le politiche proibizioniste, almeno per alcuni stupefacenti, hanno dimostrato la loro debolezza. Certo, nessuno ha la bacchetta magica, nessuno pensa di risolvere facilmente il tema terribile della droga, ma bisogna prendere atto del fatto che punire il tossicodipendente, chiuderlo in carcere e non dargli possibilità di curarsi, è sicuramente sbagliato. Bisognerebbe incentivare tutti quei percorsi esterni che consentano di scambiare la pena con la cura. Quando è possibile, lo Stato deve rinunciare alla pretesa punitiva, purché ci sia volontà concreta da parte del soggetto di sottoporsi a un programma di recupero. Far stare un tossicodipendente in carcere e somministrargli del metadone, come troppo spesso avviene, non ha alcun senso. La pena un giorno finisce, e uscirà una persona che sarà ancora dipendente, se non più dipendente di prima perché ha cominciato ad utilizzare anche psicofarmaci. Purtroppo in carcere si fa largo uso di psicofarmaci per mantenere tranquilli i detenuti. Non mi esprimo sulla questione delle ipotesi di legalizzazione, ognuno su questo ha le sue idee e anche nelle esperienze in cui c’è stata una legalizzazione non tutto ha funzionato perfettamente. C’è poi anche il grave problema dell’alcool-dipendenza.

Per concludere, allontanandoci un attimo dal tema del libro e del carcere, riprendo una frase pronunciata prima, quella sulla magistratura definita come corpo unico. Da ciò si può evincere un’evidente contrarietà al tema della separazione delle carriere dei magistrati?

MB: Sono da sempre contrario alla separazione delle carriere. Lo dico senza aver mai fatto il pubblico ministero, ma avendo avuto sul tema scambi e confronti con altri amici e colleghi. Credo che il pubblico ministero non si debba mai allontanare dalla cultura della giurisdizione. Il che significa non solo avere la possibilità di fare il giudice, ma anche di essere vicino al giudice. Ma non nel senso del giudice supino alle volontà del p.m., quello che accoglie tutte le sue richieste; parlo, appunto, di una comune cultura della giurisdizione. Tra l’altro, esistono già paletti molto fermi circa la possibilità di transitare da una carriera all’altra all’interno del territorio dove si è già esercitata una funzione o l’altra, per evitare situazioni di grave inopportunità a cui abbiamo assistito in passato. In tal senso, le incompatibilità territoriali hanno avuto ruolo importante. Infine, si è mai fatto uno studio serio su quante siano le sentenza di condanna rispetto alle richieste del pm? Quante volte un giudice accoglie richieste p.m.? Quante volte un giudice delle indagini preliminari non accoglie richieste del p.m.? Non credo che vi sia osmosi tra requirente e giudicante tanto che il giudicante subisca la pressione del requirente. Nell’ipotesi contraria, invece, vi sarebbe poi il rischio che il p.m. venga lentamente, magari in maniera velata o indiretta, sottoposto al potere esecutivo. Quindi, l’unitarietà dell’ordine giudiziario serve per garantire l’indipendenza del pm e per assicurare l’obbligatorietà dell’azione penale, che è garanzia di uguaglianza per tutti i cittadini.

EV: Sottoscrivo tutto quello che ha detto Marcello. E’ un dibattito che va avanti dagli anni ’80. E gli argomenti non sono cambiati, né quelli a favore né quelli contro.

Lancio una provocazione. Quando si separeranno, invece, le carriere di alcuni giornalisti da quelle di alcune procure?

EV: Su questo mi limito a dire che i giornalisti fanno il loro mestiere. E oltre ai limiti attuali non c’è necessità di ulteriori limitazioni. Una notizia è sempre una notizia. Bisogna darla.

MB: Su questo vorrei dire che il problema non è di chi la notizia la riceve, bensì di chi queste informazioni le da. Il problema è a monte, non a valle.

Sempre in tema di informazione e giustizia, soprattutto tra informazione e carcere. I giornalisti ci entrano mai in carcere?

EV: Ci sono carceri che strutturalmente tendono ad avere rapporti con l’esterno, che si raccontano, che hanno un loro giornale. Tutto sommato, a ben pensarci, lo scopo del nostro libro era quello di togliere un velo, un velo inevitabile, cercando di raccontare quello che era possibile, entrando nei dettagli più puntuali per avviare un nuovo percorso di trasparenza, di divulgazione e di discorso pubblico sul carcere.

In conclusione: il carcere può essere riformato?

MB: Nel nostro libro non arriviamo alla posizione abolizionista. Non poniamo volontariamente il quesito sull’abolizione del carcere. E’ una tesi legittima, che trova diversi riscontri in dottrina: c’è chi sostiene che il carcere in sé, per la sua afflittività, sia contrario alla Costituzione. Noi, invece, crediamo che il carcere debba essere riformato, perché può essere cambiato, e gli strumenti per cambiarlo ci sono. Penso che tutto il sistema dell’esecuzione penale possa essere ricondotto ai precetti costituzionali. Un tentativo di riforma era stato iniziato grazie al Ministro Orlando con gli Stati generali dell’esecuzione penale, cui era seguita una legge delega che purtroppo non è andata in porto. Quell’esperienza avrebbe potuto incidere in maniera importante.

Una grande occasione persa…

MB: Una grandissima occasione persa. Noi, tra le altre cose, nell’ultimo capitolo ci siamo chiesti questo: è possibile immaginare una risposta al reato che non consista sempre e comunque nella pura detenzione carceraria? E così arriviamo alla giustizia riparativa. Essa è una realtà, ci sono delle direttive europee che impongono agli Stati di applicare strumenti di questo tipo. Si tratta di un percorso di ricucitura. Il reato è una lacerazione sociale, che ferisce il tessuto sociale. Cosa si può fare per ricomporre questa ferita? E’ possibile sollecitare nel condannato degli interventi di riparazione fattiva, dal risarcimento del danno alle scuse formali, fino anche alle attività gratuite a favore della collettività? Sono strumenti che potrebbero farci vedere un sistema diverso, in cui il carcere non avrebbe più la centralità che oggi ha nel sistema esecutivo penale. Ed in tal senso, mi fa piacere fare riferimento al bellissimo nome della vostra associazione: Extrema Ratio. Ecco, il carcere deve essere l’extrema ratio. Laddove tutti i percorsi non sono più fattibili, il carcere interviene. Deve essere davvero l’ultima soluzione, l’ultima spiaggia.