Sebastiano Ardita, noto pm antimafia, attualmente Consigliere del Csm ed esponente di spicco della corrente davighiana di Autonomia e Indipendenza, ha di recente espresso in poche righe un notevole concentrato di populismo penale. Riferendosi alla scarcerazione di Carminati, infatti, ha dichiarato: “potrei leggerla in termini prettamente giuridici, e dire che ci sono stati dei termini, ma l’importante è come la leggono i cittadini.” E ancora, “che un personaggio ritenuto pericoloso venga scarcerato per motivi di forma è incomprensibile per i cittadini“. Ecco cos’è il populismo penale: le norme poste a tutela delle garanzie individuali, quelle di tutti -anche di Carminati-, derubricate ad inutili gingilli, a meccanismi “farraginosi” che “i cittadini non capiscono” e che per questo vanno abolite o riformulate.

La forma è sostanza e la ratio della scadenza dei termini per la detenzione cautelare è chiara ed inequivocabile: lo Stato non può sequestrare la vita di un individuo ancora innocente, in assenza di una sentenza definitiva e in spregio all’articolo 27 comma secondo della nostra Costituzione. Una misura “tecnica”, certo (quale legge d’altronde non lo è), una questione formale, indubbiamente, ma a sostegno del sostanziale rispetto della presunzione di innocenza e della libertà individuale di ognuno di noi. Nessuna c’è riforma dei termini da fare, dunque. I termini massimi per poter tenere recluse le persone, quando sono ancora ritenute innocenti, Costituzione alla mano, non dovrebbero essere eliminati o rimodulati in senso deteriore, estendendone la durata per non farli “scadere” mai. Semmai, sarebbe necessario un intervento per rendere ragionevole la durata dei processi (risultato che non otterremo di certo con riforme come l’ inutile e dannoso blocco della prescrizione voluto dai penta-stellati che creerà, invece, l’effetto opposto, allungando ulteriormente dei tempi già mostruosamente dilatati).

In fondo, sarebbe sufficiente comprendere l’importanza degli argini imposti alla detenzione cautelare, che è priva di limiti solo negli stati autoritari o illiberali. In Italia un terzo del totale dei detenuti è recluso in attesa di giudizio, un dato di cui non andare particolarmente fieri. E’ su questi temi, sul rispetto di questi principi, che si distingue uno Stato civile da uno stato incivile, un sistema realmente liberale da uno illiberale, una gestione della giustizia democratica da una gestione della giustizia di matrice autoritaria. La legge, in quanto prodotto formale, non è il fine ma il mezzo, ed è giusta e giustificata fintanto che rispetta i nostri diritti inalienabili. Scambiare i diritti fondamentali per inutili cavilli con cui baloccarsi e squalificare il senso della presunzione di innocenza a “motivo di forma”, significa disprezzare lo Stato di Diritto e la sua architettura. Un Consigliere del CSM, questo, dovrebbe saperlo.