Abbiamo intervistato l’Onorevole Enrico Costa. Già due volte Ministro agli affari regionali, è stato anche Viceministro della Giustizia. Di recente è passato da Forza Italia ad Azione e da sempre si distingue per una visione garantista e attenta alle garanzie individuali in materia penale. Con lui abbiamo parlato di presunzione di innocenza e di gogna mediatica, temi dei quali si è di recente occupato con una proposta di emendamento funzionale al recepimento della direttiva europea sulla “presunzione d’innocenza” (la Direttiva 343 del 2016).

Il Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati ha respinto come inammissibile una sua proposta di emendamento funzionale al recepimento della direttiva europea sulla “presunzione d’innocenza”, la Direttiva 343 del 2016. Può parlarci più nel dettaglio della modifica? Qual era il suo obiettivo e perché, a suo avviso, è stata respinta?

Il Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati ha respinto l’emendamento in quanto non ha ritenuto appropriata la sede in cui l’ho proposto. Esso era diretto a modificare la Legge di delegazione europea che, in primis, è finalizzata ad armonizzare la normativa interna con quella di origine eurounitaria allo scopo di non subire procedure di infrazione. Per questo, io ritengo che la sede fosse quella appropriata e che il reale motivo del respingimento vada cercato nella mancanza di volontà della maggioranza di discutere di questo tema, che sarebbe stato per loro fattore di spaccatura. Infatti, il M5S non ha, proprio per niente, la presunzione di innocenza nel sangue. Peraltro, si tratta di una direttiva del 2016 che, come dicevo prima, è stata recepita nella Legge di delegazione europea 2017. Tuttavia, il Governo non ha esercitato la delega in quanto ha ritenuto, come formalizzato in uno scritto indirizzato proprio alla Commissione UE, che il nostro ordinamento tutelasse adeguatamente la presunzione di innocenza; in realtà, tutti noi sappiamo che in Italia le inchieste vengono presentate in conferenza stampa, condita con dichiarazioni, con video e con la pubblicazione di intercettazioni. La persona che, in qualsiasi modo, sia coinvolta in un’inchiesta, viene presentata in una chiave molto colpevolista. Questo, perché c’è la voce solo delle Procure, un collegamento tra le stesse Procure e i giornalisti e, poi, alcuni titoli di stampa particolarmente enfatici. Tutto ciò compone un aspetto che cozza frontalmente con l’articolo 27 della Costituzione: il marchio che viene impresso sulle persone diviene indelebile a causa del fatto che in Italia i processi durano molto a lungo, per cui nemmeno l’assoluzione è risolutiva rispetto alla perdita di credibilità. È allora estremamente importante il recepimento della direttiva – anche semplicemente come atto simbolico –, per cui riproporrò l’emendamento in Aula in fase di discussione della Legge di delegazione europea.

Un chiaro argine, dunque, al problematico impulso alla stigmatizzazione, di cui taluni caricano non soltanto la pena vera e propria, ma già il processo penale...

Certo.

Questa conclusione necessariamente apre uno spiraglio ad un’altra domanda. Lei ha appena fatto riferimento non solo alle conferenze stampa e alle dichiarazioni di alcuni PM, ma anche all’informazione. Tuttavia, il fenomeno della gogna mediatica in Italia è alimentato anche da alcuni rituali giochi di consenso della politica. Allora, chi ha le maggiori responsabilità? Come si può ulteriormente intervenire a livello legislativo e − ammesso che si possa − anche culturale e deontologico?

Innanzitutto, dal punto di vista culturale è necessario far comprendere e percepire che, ciò che viene sostenuto dal pubblico ministero, non va preso per oro colato: il PM non è un giudice al quale compete pronunciare una sentenza. Infatti, sebbene nella fase delle indagini questi dovrebbe cercare anche le prove a favore dell’indagato, mi pare ovvio che ciò avvenga molto raramente, per cui di fatto possiamo ben dire che il PM è l’avvocato dell’accusa. Quando il cittadino, dunque, comprenderà che quelli emessi dal PM sono gli atti prodotti da una soltanto delle parti del processo (l’accusa, appunto), e che proprio per questo possono sempre essere contrastati e confutati dall’altra parte (ovverosia la difesa), allora sì che questi atti verranno considerati non più come un marchio sulla credibilità di una persona, ma come una tesi, come una delle campane. A questo risultato si può arrivare, innanzitutto, attraverso la separazione delle carriere. Se invece, come accade oggi, il PM è confusamente percepito come un giudice e ogni sua affermazione appare di fatto insindacabile agli occhi del cittadino, è chiaro che, quando arriva la sentenza definitiva, quell’affermazione è ormai consolidata nella coscienza pubblica, proprio perché arrivata da chi (volendo continuare la metafora precedente) è percepito non come il suonatore di una sola delle campane, ma appunto come colui che ha l’autorevolezza di pronunciare una vera e propria “sentenza anticipata”. Un esempio che ben rappresenta quanto distorta sia la percezione dell’equilibrio tra le parti nel processo, al punto da riflettersi anche in norme dell’ordinamento, potrebbe essere il fatto che, nel nostro sistema penale, al pari di chi viene condannato, anche chi viene assolto deve pagare da sé le spese processuali: non c’è un principio di soccombenza. Ma perché deve pagare di tasca propria l’avvocato anche chi, dopo esser stato indagato dallo Stato (e perciò chiamato a rispondere dallo Stato), viene assolto? Forse proprio perché ancora permane quell’idea dal retrogusto amaro che, comunque, l’imputato assolto sia una sorta di “colpevole che l’ha fatta franca”, che comunque qualcosa abbia commesso e che quindi debba pagare l’avvocato. A livello legislativo, dunque, bisogna intervenire su tutti quegli aspetti procedimentali ed extra procedimentali che tendono a marchiare l’indagato come un presunto colpevole. Facciamo l’esempio delle conferenze stampa: come è possibile che, ogni qual volta ci sia un’inchiesta, nella relativa conferenza (in cui sembra sempre che attraverso i media venga trasferita “la verità”), non viene mai invitato ad esprimersi anche l’avvocato difensore? Vengono proiettati i trailers delle indagini, con tanto di arresti e perquisizioni, si fanno sentire stralci di intercettazioni, e infine ci sono gli inquirenti che facendosi intervistare danno ovviamente solo la loro versione dei fatti. È ovvio che così diventa ancor più difficile, anche di fronte ad un’assoluzione o un proscioglimento, riuscire a ribaltare tutto questo tam tam mediatico, che di fatto ha già emesso la sua sentenza. Di conseguenza, ecco che vediamo il PM di turno che si candida alle elezioni, perché magari anche attraverso questa risonanza mediatica è riuscito a farsi propaganda; o ancora, ci accorgiamo che, quando non si sa a chi affidare qualche nomina, si va a cercare qualche PM, perché “il PM è un soggetto autorevole”… dimenticando che il suo è pur sempre un ruolo di parte, la cui azione va sempre bilanciata con quella della difesa. È necessario intervenire e regolamentare tutti questi aspetti, per fare in modo che l’accusa venga riportata entro il suo alveo naturale.

Lei era in Parlamento durante l’esecutivo “giallo-verde” e lo è adesso, nel Governo giallo-rosso. Nel frattempo, ha scelto di passare da Forza Italia ad Azione. La sua scelta è stata motivata anche da ragioni inerenti al tema della giustizia? E poi: alcuni parlano di “governo del cambiamento”, di “svolta”. Eppure, restando in argomento, alcune certezze di prima hanno resistito, granitiche. Basti pensare al Guardasigilli Bonafede, alla riforma della prescrizione e ai Decreti “Sicurezza”. Cosa ne pensa?

Sulla giustizia io ho un’identità ben marcata, così come ce l’ha Azione. È ovvio che mi trovavo un po’ a disagio in una coalizione che aveva progressivamente abbandonato la linea politica garantista e dalla quale Forza Italia faticava a rendersi autonoma su molti temi. D’altronde, la riforma della prescrizione e le norme sul 4-bis – colpite dalla Corte costituzionale – sono state approvate dall’esecutivo giallo-verde. La coalizione di centro-destra è rappresentata per il 40% da forze politiche che non hanno il garantismo nel proprio DNA. Per quanto riguarda il presunto “cambiamento”, a mio avviso vedere che il Partito Democratico prima gridava contro la riforma della prescrizione e adesso se la tiene, senza minimamente scalfire le tesi di Bonafede, fa riflettere. Perché o il PD fingeva prima o finge ora.

Di recente +Europa, Azione e Radicali Italiani hanno creato un’unica componente nel Gruppo Misto sia alla Camera che al Senato. Può già dirci quali sono le vostre priorità in tema di giustizia?

La nostra priorità in tema di giustizia è l’attenzione al cittadino: sia che debba avere giustizia esercitando un diritto in sede civile, sia che venga imputato o che sia vittima in un processo penale, deve riuscire ad ottenere giustizia in tempi celeri. Questo non significa giustizia sommaria, bensì avere un processo con delle garanzie, dove il cittadino chiamato a rispondere possa esser messo nella posizione di contraddire la tesi della procura. Mi pare che oggi, invece, si tenda a far sì che la vera sentenza sia il titolo di giornale e che si voglia liquidare il dibattimento, il quale viene visto come una perdita di tempo da poter svolgere in videochiamata, magari con il giudice comodamente seduto sul divano di casa. Nel diritto, e in particolare nel processo penale, la forma è sostanza: la sede per svolgere il processo e per assumere le prove è l’aula di tribunale, non ci sono soluzioni alternative. La tendenza odierna, invece, è quella di attribuire tanti poteri alle Procure (un esempio per tutti: la disciplina delle intercettazioni) e di privare di garanzie chi intende sostenere la propria posizione. È stata addirittura prospettata una rimozione del secondo grado di giudizio, quasi fosse una tecnica dilatoria dei difensori. Tra una serie di temi in materia di giustizia – dalla separazione delle carriere all’ingiusta detenzione – questo mi pare il principale.