Per la prima volta proponiamo un’intervista “Oltreoceano”: con Sandra Babcock e Adrienne Larimer, professoresse a capo della International Human Rights Clinic della Cornell Law school abbiamo parlato della pena di morte in America, delle sue problematiche e delle sue future prospettive, con uno specifico riferimento alla situazione delle donne nel sistema carcerario statunitense.

Sandra Babcock è Clinical Professor presso la Cornell Law School, dove è anche direttrice e fondatrice del Cornell Center on the Death Penalty Worldwide (CDPW). Negli ultimi trent’anni ha aiutato a difendere centinaia di uomini e donne che rischiavano l’esecuzione in tutto il mondo. Ha iniziato la sua carriera come avvocata presso il Texas Resource Center, dove ha difeso per quattro anni le persone che rischiavano l’esecuzione nei procedimenti post-conviction. Dopo un periodo di cinque anni come difensore d’ufficio a Minneapolis, ha lavorato per sei anni come direttrice (e fondatrice) del Mexican Capital Legal Assistance Program, un progetto finanziato dal governo del Messico per difendere i cittadini messicani che rischiano la pena di morte negli Stati Uniti. In tale veste ha fornito supporto legale agli avvocati di tutto il paese, ha difeso i cittadini messicani a rischio di esecuzione e ha rappresentato il Messico davanti alla Corte Internazionale di Giustizia nel caso Avena and Other Mexican Nationals. Nel 2006, è diventata Clinical Professor alla Northwestern Law School, dove ha guidato un progetto decennale in Malawi che alla fine ha portato al rilascio di oltre 250 prigionieri, 150 dei quali erano stati condannati a morte. Si è trasferita alla Cornell Law nel 2014, dove ha fondato il Cornell Center on the Death Penalty Worldwide. Nel 2018, insieme ai suoi colleghi del CDPW, ha lanciato il “Progetto Alice“, un movimento globale per porre fine alle condanne estreme delle donne e degli individui non conformi al genere. La sua clinica rappresenta attualmente donne che affrontano la pena di morte negli Stati Uniti, in Malawi e in Tanzania. Nel settembre 2021, ha ricevuto il John Paul Stevens Guiding Hand of Counsel Award dell’American Bar Association, conferito ogni due anni a un capital defender il cui lavoro ha migliorato la rappresentanza legale delle persone che affrontano la pena di morte e ha contribuito alla riforma del sistema.

Adrienne Larimer è Clinical Teaching Fellow nel Cornell Center on the Death Penalty Worldwide. Prima di entrare a far parte del Centro, è stata un’avvocata d’ufficio presso l’Ufficio dei difensori d’ufficio in Ohio nel loro dipartimento di pena di morte, dove per sette anni ha rappresentato individui in tutte le fasi del contenzioso capitale. Precedentemente, Adrienne ha trascorso sei anni come associate attorney per uno studio privato. Durante il suo impiego ha rappresentato adulti e giovani indigenti accusati di contravvenzioni o reati gravi e, mentre era difensore d’ufficio, ha partecipato a numerose organizzazioni ed eventi studenteschi sull’importanza del lavoro di difesa d’ufficio e sull’impatto della pena di morte. Inoltre, ha anche presenziato seminari di formazione legale continua sulla creazione di relazioni di fiducia con individui che affrontano sentenze particolarmente severe. Si è laureata alla Capital University e alla Miami University dell’Ohio ed è abilitata a esercitare la professione di avvocato nello stato dell’Ohio.


Qual è la situazione attuale della pena di morte negli Stati Uniti e quali sono i problemi principali per un avvocato che si occupa di pena capitale?

A.L.- Allora, descriverei la situazione attuale come circa metà e metà: Stati che la perseguono attivamente e Stati che l’hanno abolita effettivamente – in termini di dichiarazione di moratoria – o semplicemente non perseguono le condanne a morte che hanno. Secondo le statistiche attuali, vige in 27 Stati e, in aggiunta, il governo federale persegue attivamente casi di pena di morte anche nell’esercito. Invece, 23 sono gli Stati non partecipanti e il Distretto di Columbia non condanna a morte. Un elemento peculiare per capire cosa definisce la pena di morte negli Stati Uniti è quello delle eccezioni alle condanne che ci sono state. Si parla di assoluzioni piene sulla base della prova del DNA, di nuove prove o di altri tipi di istanze che sono venute alla luce e che hanno tolto persone dal braccio della morte. Attualmente ci sono stati 185 scagionamenti dal 1973 (anno in cui gli Stati Uniti hanno consentito la riattivazione delle condanne a morte): circa quattro all’anno, un dato che dovrebbe impressionare. Quello che stiamo facendo in riferimento alla nostra clinica e al Cornell Center on the Death Penalty Worldwide (CCDPW) è cercare modi in cui sensibilizzare, formare gli avvocati e i giudici, fornire risorse e altre attività di questo tipo. Per quanto riguarda il lavoro degli avvocati che si occupano di pena capitale, il problema principale sono le limitazioni procedurali che ostacolano la presentazione dei ricorsi sui casi, che non possono essere riesaminati nel merito. Spesso vengono alla luce informazioni da prendere in considerazione in termini di colpevolezza o meno della persona condannata, e non è possibile valorizzarle a causa di una serie di leggi e di sentenze che, nel corso degli anni, hanno continuamente limitato le nostre istanze di habeas corpus per la pena capitale e il modo in cui possiamo presentare questo tipo di richieste. Lascerò che Sandra affronti un po’ la questione, non voglio rubarle tutto il resto del discorso per quanto riguarda i problemi del nostro sistema, e ce ne sono molti.

S.B.- La risposta della prof. Larimer è stata davvero ottima ed esaustiva. Posso fare ulteriori osservazioni sul momento in cui ci troviamo negli Stati Uniti rispetto all’abolizione: negli ultimi dieci anni abbiamo visto un certo numero di Stati abolire la pena di morte, come ad esempio la Virginia, il che è molto significativo perché è stato uno dei più attivi nelle esecuzioni e, se si risale alla nascita degli Stati Uniti e ai tempi coloniali, potrebbe aver giustiziato più persone di qualsiasi altro Stato americano. L’altro aspetto è che molti Stati hanno la pena di morte, ma non la usano; per questo, sono definiti dall’ONU “abolizionisti de facto“. Quindi, se si tiene conto degli Stati che ce l’hanno ma non la usano e di quelli che l’hanno abolita, la maggioranza non applica la pena di morte, il cui uso rimane circoscritto agli stati dell’ex Confederazione, agli ex Stati schiavisti, insieme all’Arizona nel sud-ovest e alla California, che ha il più grande braccio della morte ma non ha mai eseguito le condanne. C’è quindi una profonda ambivalenza, e anche un movimento abolizionista molto forte. Sebbene ci siano stati molti cambiamenti, alcune delle sfide che dobbiamo affrontare ora sono la presenza di diversi tribunali conservatori (colmi di funzionari nominati dall’ex presidente Trump e che potrebbero essere contrari all’idea dell’abolizione) nonché di alcune amministrazioni statali ostili in Stati come Texas, Oklahoma, Mississippi, Alabama, Florida; questi saranno i più restii. Per quanto riguarda la possibilità che l’abolizione parta da una sentenza della Corte Suprema, fino a cinque o dieci anni fa pensavo che nella mia vita, nel giro di dieci o vent’anni, avrei visto un’abolizione giudiziaria della pena di morte, ma non sono più sicura che ciò accadrà. Tutto dipenderà da quanti Stati aboliranno la pena di morte e quanto velocemente. In questo momento negli Stati Uniti c’è un movimento abolizionista Stato per Stato, il che significa che stiamo concentrando le campagne sui singoli Stati sperando che si possa gradualmente andare verso l’abolizione nella maggioranza del paese. Per quanto riguarda le difficoltà degli avvocati, ho menzionato quella dei tribunali e dei giudici ostili. Diversamente da quanto accade in Europa, dove i giudici tendono a seguire percorsi di carriera professionali e ad essere nominati, negli Stati Uniti molti giudici sono eletti; per cui, quelli che si candidano in campagne elettorali, possono essere affiliati a partiti e subire le stesse pressioni politiche dei pubblici ministeri eletti. La pena di morte negli Stati Uniti è dunque intensamente politica, non è un processo giudiziario. So che per gli europei questo può sembrare strano, ma è uno dei motivi per cui è così difficile per noi combattere contro l’ingiustizia e l’arbitrarietà della pena capitale. I procuratori, infatti, hanno un’ampia discrezione nel decidere se chiederla o meno, e in ogni caso sono virtualmente immuni da qualsiasi tipo di controllo giurisdizionale sul loro operato. Inoltre, i giudici eletti (che in alcuni Stati sono piuttosto conservatori) sono molto refrattari a denunciare le violazioni del giusto processo nei casi di pena capitale, ed è probabile che si esprimano contro le persone che stiamo difendendo. Sono queste le principali sfide che vedo e contro le quali lottiamo. Molti pensano che la cosa più difficile del nostro lavoro sia la tipologia di persone che rappresentiamo. Credo che Adrienne sia d’accordo con me sul fatto che non sia così: i nostri clienti sono persone estremamente resilienti, fonte di ispirazione. Alcuni di loro hanno commesso crimini terribili, altri sono innocenti, ma sono tutti esseri umani e complessi, capaci allo stesso tempo di dare amore e gentilezza e, come tutti noi, anche di fare del male. Non sono mostri. I veri mostri, quelli che costituiscono la parte più difficile del nostro lavoro, sono i procuratori e i giudici che sostengono un sistema essenzialmente ingiusto senza preoccuparsi della dignità degli esseri umani che noi rappresentiamo.

Grazie per aver trattato anche la questione politica, perché come europei vediamo la correlazione tra politica e pena di morte. Passando alla seconda domanda, vorremmo sapere come la pena di morte è collegata all’ingiustizia sociale e all’ingiustizia. Prof. Larimer, può iniziare.

A.L.- Partendo da ciò di cui stavamo parlando in termini di politica, penso che la pena di morte sia un modo per attirare l’attenzione: è un titolo di giornale che accende i riflettori sull’accusa e questo, quando si cerca di essere rieletti, fa guadagnare una platea. È un modo per spaventare la popolazione e far pensare che un reato sia molto peggiore di quello che è stato in realtà; è una tattica per instillare paura, è grossolanamente fraintesa e molte volte strumentalizzata per forzare confessioni, imposte anche in presenza di reati di minore gravità o per spaventare le persone e non farle andare al processo, quando diversamente dovrebbero farlo. Nella prospettiva delle ingiustizie sociali, vediamo un’enorme disparità nel numero di persone appartenenti a minoranze etniche (afroamericani, latino-americani) condannate a morte. Non si tratta mai di persone ricche che possono pagare la propria difesa, i propri periti, ottenere le risorse necessarie per difendersi da un crimine, ma assistiamo a condanne solo verso i più vulnerabili della nostra popolazione: persone malate di mente, con disabilità intellettuali, scarsamente scolarizzate o che non hanno le risorse per pagare una difesa privata. E per quanto i difensori pubblici possano essere persone meravigliose, incredibilmente intelligenti e appassionate, il sistema in cui cercano di difendere i loro clienti è spesso quasi privo di risorse, dunque sfavorito: hanno troppo lavoro e quindi a volte, nonostante le migliori intenzioni, questi casi sfuggono. Quindi sì, ci sono pessimi avvocati in circolazione che non stanno facendo il lavoro per cui sono stati assunti o lo stanno facendo in luoghi in cui il tribunale li sta passivamente incaricando di occuparsi di questi casi, senza dare loro le risorse o senza essere disposto a pagare un salario adeguato. E così stiamo scoprendo, man mano che facciamo ricerche e troviamo dati statistici, che i condannati a morte sono proprio i più deboli e questo è un modo disgustoso di trattare le persone: è una negazione di giustizia, perché non c’è una protezione uniforme, in termini di applicazione della pena di morte, in tutti gli Stati. Si può essere perseguiti con l’accusa di un fatto per il quale, in una contea dello Stato, è prevista la pena di morte, senza che sia lo stesso nella contea successiva. Così assistiamo ai più clamorosi abusi nell’applicazione di questa pena, perché non solo la possibilità di riesame in appello necessita di una revisione completa, ma lo stesso sistema relativo a come questi casi siano perseguiti è talmente difettoso da non poter essere aggiustato. Per questi motivi, oltre che per ragioni morali, è la pena di morte stessa a dover essere abolita.

S.B.- È davvero così, ben detto. In termini di giustizia sociale, sottoscrivo tutto ciò che la professoressa Larimer ha appena affermato. Secondo me, dalla considerazione della pena di morte, si trae una visione complessiva di come il sistema di giustizia penale negli Stati Uniti stia tradendo la società, demonizzando un certo sottoinsieme di essa e inasprendo le divisioni. La pena di morte esiste sul presupposto che alcune persone siano così irrecuperabili da dover essere cancellate dalla specie umana. E questa idea secondo cui ci sono vite sacrificabili rende certe persone meno che umane ai nostri occhi, legittimamente trattabili come animali: i nostri clienti sono considerati proprio così, a loro viene negata un’umanità intrinseca. Questa immagine è davvero inquietante e ha ripercussioni sulle nostre società. Il credere che ci siano persone che non vale la pena salvare o che siano riducibili a quell’unico fatto terribile che possono aver commesso nella loro vita, incapaci di redenzione o riabilitazione, ha a che fare con una visione fondamentalmente nichilista dell’umanità, oltre che molto fatalista, e penso che sia legata ad alcune delle tendenze politiche che vediamo: è l’opposto dell’umanesimo, delle convinzioni che ritengo abbiano ispirato il sistema penitenziario quando è nato, ovverosia l’idea che le prigioni fossero luoghi dove le persone potevano andare a pentirsi e riabilitarsi. Questo concetto non esiste più negli Stati Uniti, e la persistenza della pena di morte è davvero l’apice del disprezzo dell’idea che le persone non siano capaci di cambiare. Ci sono molte altre cose che potremmo dire, ma penso che chiuderò qui.

Premetto ai nostri lettori che la clinica dei diritti umani non opera solo negli Stati Uniti, ma anche in casi relativi alla pena di morte in Tanzania o in Malawi e in altri progetti, come ad esempio la violazione dei diritti umani nel Golan da parte di Israele. In relazione alla pena di morte, la violenza di genere accomuna tutti i casi da voi trattati. Pertanto, la mia domanda è: perché vi concentrate sulla violenza di genere e perché è importante concentrarsi su essa?

A.L.- In tutto il mondo, tradizionalmente, c’è un modo specifico con cui il pubblico si relaziona alle donne che stanno affrontando sentenze estremamente severe o che sono state condannate per aver commesso crimini violenti, crimini che sono visti come “non femminili”. Attraverso uno sguardo generale, si osserva come il 98% dei condannati a morte negli Stati Uniti sono uomini. Non amo l’espressione “condannato a morte”, ma è solo per essere chiari nell’esposizione. Solo il 2% delle persone che vivono nel braccio della morte sono donne: una parte della popolazione che è poco studiata con riferimento ai tipi di reati commessi e alla loro situazione. Ad ogni modo è una percentuale sconcertante, soprattutto se si guarda alle ragioni per cui è stata loro inflitta una condanna a morte. Possiamo rilevare che le donne, quando giudicate e condannate, sono sottoposte a standard molto diversi da quelli degli uomini. Le ragioni per cui vengono condannate sono correlate al loro essere considerate donne “cattive” che hanno arrecato danno ai loro mariti o ai loro figli o che, più genericamente, si comportano in un modo che è considerato “non femminile” o “troppo aggressivo” oppure “troppo sensuale”: le ragioni per cui le donne vengono punite sono così diverse ed egregiamente misogine. Inoltre, l’aver concesso una particolare attenzione alle condizioni delle donne in questo ambito, ci ha portato a scoprire quanto la violenza di genere incida nel background di una donna e sia un fattore predittivo della commissione del futuro crimine. L’uccisione del partner, in molti casi, si verifica a causa delle violenze subite nel corso della vita di coppia: si tratta di “uccidere o essere uccisi”. Viene giudicato il solo comportamento delle donne e non le circostanze nel loro complesso, in un giudizio che indaghi anche cosa abbiano fatto per arrivare a quell’azione e se abbiano davvero provato a scappare dal pericolo imminente di subire lesioni. Inoltre, sulle condanne incide molto l’idea secondo cui le donne debbano adempiere a certi tipi di ruoli e che non possano proteggersi da sole. Abbiamo concentrato il nostro impegno su tutti questi aspetti, per esaminare la relazione tra genere e violenza di genere e le circostanze che conducono le donne a finire in tali situazioni. Dunque, il nostro obiettivo, come parte della clinica e come parte del Cornell Center on the Death Penalty Worldwide, è cercare di aumentare la consapevolezza sul modo in cui le donne vengono trattate all’interno del sistema carcerario. Proprio quest’anno, a tal proposito, è stato pubblicato un manuale sul tema e, precisamente, sul come difendere donne che affrontano sentenze estremamente severe. La necessità di un testo è nata da una mancanza, sia di manuali che trattino l’argomento che di risorse per gli avvocati che difendono donne in tali circostanze. La percentuale di popolazione che affronta questi tipi di crimini è davvero piccola e risulta ardua una difesa per le donne, soprattutto in ambienti in cui i procuratori, i giudici e le giurie le sottopongono a standard ingiusti e non effettivamente rappresentativi rispetto alla reale commissione o meno del crimine di cui sono accusate. Dunque, stiamo cercando di aumentare la ricerca e implementare l’educazione degli avvocati, dei giudici e di tutti coloro che lavorano nel settore. L’obiettivo è fornire risorse per la miglior comprensione di queste tipologie criminose, per far sì che le donne ricevano effettivamente una rappresentazione adeguata e siano condannate solo per ciò che è realmente accaduto e non per il semplice fatto di essere donne. So che questo è l’argomento preferito della professoressa Babcock, quindi lascio la parola a lei poiché ha davvero una prospettiva unica e sorprendente su tali aspetti, specialmente a livello internazionale.

S.B.- Ritengo che la precedente risposta sia stata molto esauriente, per cui mi limiterò a parlarvi di due casi differenti che illustrano i problemi appena delineati dalla professoressa Larimer. Il primo è il caso di una donna che rappresentiamo in Tanzania di nome Chausiku, condannata a morte per aver ucciso suo marito. Quest’ultimo aveva picchiato lei e i suoi figli così tanto da mandarli in ospedale: Chausiku con un’emorragia interna, una delle sue figlie con la milza lesionata e il figlio con un arto rotto. La notte in cui Chausiku l’ha ucciso, lui, tornato a casa ubriaco, aveva minacciato di ucciderla: era terribile. Era solito ubriacarsi per poi agire violentemente: dopo cena, quando i bambini erano già andati a letto, portava Chausiku in camera per picchiarla. Una sera violenta come tante altre lei è riuscita ad afferrare un oggetto che si trovava nelle vicinanze per colpirlo, facendolo cadere morente a terra. Quando è stata citata in giudizio ha ammesso di averlo ucciso, ma per legittima difesa. La Corte, però, senza nemmeno considerare le minacce di morte che il marito aveva posto in essere, l’ha condannata a morte. In tutto il mondo, sono due le donne che si trovano nel braccio della morte per crimini simili e noi stiamo lottando per assicurarci che i tribunali tengano conto della reale paura che queste ultime hanno di subire danni fisici o di morire per mano dei loro abusatori. Ogni giorno, in tutto il mondo, le donne vengono uccise da partner violenti, ma i tribunali non tengono conto delle loro esperienze pregresse che conducono a tali atteggiamenti criminosi. Negli Stati Uniti, le donne storicamente venivano giudicate e condannate a morte per aver ucciso i loro mariti. Questi ultimi, viceversa, non venivano condannati a morte per l’uccisione delle loro mogli. Nel common law inglese, con il termine “petit treason” veniva indicata la relazione che una donna aveva al di fuori dal matrimonio, una forma di “alto” tradimento contro il coniuge. Questo ci fa comprendere come il comportamento delle donne è sempre stato giudicato in modo diverso e secondo standard differenti. C’è ancora molta strada da fare nel trattamento delle donne che sono sopravvissute alla violenza di genere, ovverosia la stragrande maggioranza delle donne all’interno dello stato carcerario in generale, non solamente all’interno del braccio della morte. La seconda storia delinea un altro aspetto della questione, riguarda il trascorso di una donna che si trova nel braccio della morte negli Stati Uniti, precisamente nello stato di Oklahoma: si chiama Brenda ed è stata condannata a morte per l’omicidio del marito. Lei ha sempre affermato di non aver preso parte all’omicidio, ma si trova nel braccio della morte perché durante il suo processo l’accusa ha presentato prove di relazioni passate che aveva avuto nel corso della sua vita con vari uomini. Altre prove presentate concernevano abiti che era solita indossare, considerati dall’accusa “troppo sexy”: vesti giudicate appartenenti ad una donna promiscua. Tali elementi andavano a delineare il quadro di una persona interessata solo a sé stessa, una donna sessualmente attiva e che la giuria doveva condannare a morte: non per il fatto commesso, ma per ciò che rappresentava. Nell’arringa finale del processo, l’accusa ha mostrato la biancheria intima che Brenda indossava al momento del suo arresto, per sottolineare come quello non fosse il tipo di biancheria intima che una vedova in lutto avrebbe dovuto indossare. Non per generalizzare, ma ognuno di noi è solito indossare diversi tipi di biancheria intima in momenti diversi e non dovrebbe essere condannato a causa di ciò. Tale fatto ricorda molto il processo ad Amanda Knox in Italia, dove le stesse tattiche sono state usate sia dai media che dall’accusa per demonizzarla, ipersessualizzarla e farla passare per una persona deviata. Una strategia che viene usata più e più volte dai tribunali e dai procuratori: le donne vengono condannate non solo per ciò che hanno fatto ma per ciò che sono, anzi, per come sono percepite. Una sentenza di condanna per ciò che sono, ma secondo gli altri.