Mi sono recata negli Stati Uniti lo scorso inverno, da agosto a dicembre 2021 e ho preso parte alla Clinica Legale di Diritti Umani della Cornell Law School, lì ho conosciuto la storia di Melissa Lucio, nel braccio della morte da quattordici anni, dopo essere stata condannata a morte per avere ucciso sua figlia Mariah, dopo un processo totalmente incurante del diritto di difesa e della presunzione di innocenza. Durante il mio lavoro con la clinica legale ho avuto la fortuna di parlare con Melissa e di andare a visitarla nella prigione di Mount View in Texas. La percezione che ho avuto di quel carcere è stata quasi cinematografica. Devo dire che la mia conoscenza visiva si era limitata a due carceri milanesi, quello di Opera e quello di Bollate: grossi edifici grigi con diverse “mura” di sicurezza. Melissa è in un carcere femminile, circondato da due inferriate di filo spinato, con torrette di vedetta negli angoli. Mount View è il tipo complesso che si vede nei film statunitensi. Tutte le carcerate hanno lo stesso completo bianco. Quando siamo entrati nella sala con Melissa, una guardia ci ha guardato tutto il tempo da fuori. Melissa era in una gabbia molto stretta e alta, non era possibile vedere bene la faccia in quanto la composizione della cella creava solo dei piccoli fori nel ferro. All’altezza delle braccia c’era una apertura un po’ più ampia, simile a quella di una casella postale. Il colloquio è stato molto intenso in quanto abbiamo approfondito la sua storia personale e la sua gravidanza in carcere. Parlare con un detenuto nel braccio della morte richiede una sensibilità e un tatto particolare. Alla clinica ci hanno fatto esercitare in prove di colloquio e lezioni sui traumi psicologici. Prima di conoscere Melissa non avevo mai conosciuto qualcuno in grado di poter reggere così tanto dolore e ingiustizia. Quando l’ho incontrata ho conosciuto una persona diversa da come mi aspettavo: non fragile e debole, ma energica e fiduciosa negli altri, grata per il lavoro che si sta facendo per lei. La storia di Melissa ha portato una regista francese, Sabrina van Tassel, a fare un film sulla sua storia (The State of Texas vs. Melissa). Melissa passa i suoi giorni a rispondere alle lettere delle persone che la sostengono e sperano nella commutazione della sua pena (e, perché no, anche liberazione). Spero che la mia esperienza possa mostrare la vera faccia della pena di morte. Ormai gli Stati Uniti sono uno dei pochi paesi ancora ad applicare questa pena assurda, la cui efficacia è ormai stata confutata e la cui natura inumana e degradante è smascherata a livello internazionale e nazionale. Purtroppo, troppe volte sentiamo ancora dire che la situazione è “buttare via la chiave”, o perché no, “io in alcuni casi la pena di morte la terrei”. Purtroppo, la generalizzazione “alcuni casi” non funziona, soprattutto in un sistema in cui la realtà dei fatti e la realtà processuale saranno sempre diverse e non perfettamente combacianti. Uno Stato, un giudice, non può applicare la pena di morte nei casi in cui la colpevolezza non venga provata “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Secondo l’ultima edizione di “Death Row USA” aggiornata al 1° luglio 2021 (DRUSA Summer 2021), ogni anno il numero di persone nel braccio della morte negli Stati Uniti diminuisce dagli anni 2000: il primo luglio 2021, tenuto conto delle esecuzioni statali, federali e militari, il numero era di 2.474 persone; un calo di 117 unità rispetto all’anno precedente e di 282 unità rispetto a due anni prima. Spesso arrivano anche in Italia appelli per fermare le esecuzioni. Le storie delle persone condannate a morte suscitano stupore: si legge di pene irreversibili conferite a persone inferme mentalmente o che all’epoca dei fatti erano minorenni. Leggiamo dagli appelli di mobilitazione che i giudici non tengono conto delle vite degli imputati, costellate da povertà e violenze. Moltissimi studi hanno provato la correlazione tra pena di morte e discriminazione razziale o la (mancata) correlazione tra deterrenza a compiere reati e pena di morte. Inoltre, è ormai provato che la pena di morte non abbatta i costi della giustizia, ma li alzi: di media sono nove i gradi di giudizio che un condannato a morte “passa” prima che la data di esecuzione sia fissata. Infatti, è possibile richiedere di rivedere la pena e il processo che ha portato ad essa sia davanti alle corti del singolo stato sia davanti a quelle federali [1].


La vita di Melissa Lucio è stata segnata da abusi fisici, emotivi e sessuali, precarietà economica, abuso di droga e instabilità abitativa. Melissa è anche una vittima di gravi e ripetute violenze di genere. Ha lottato con un disturbo post traumatico da stress (PTSD) non trattato e una depressione persistente. Sua madre, Esperanza, era una donna maltrattata. Ha cresciuto i suoi figli come madre single e tutti i suoi fidanzati erano violenti nei confronti suoi e dei suoi figli. A soli sei anni, Melissa fu violentata da uno dei fidanzati della madre. Quando provò a denunciare l’accaduto, sua mamma le diede della bugiarda. Negli anni successivi Melissa fu anche abusata da un parente, ma incapace di rivelare gli abusi ai familiari. Per sfuggire a questa vita, si sposò con Guadalupe Lucio (all’epoca maggiorenne) quando lei aveva solo sedici anni: per la legge del Texas i minori si possono sposare con il consenso dei genitori, e la madre acconsentì. Melissa era sostanzialmente una sposa bambina. Il marito di Melissa era un alcolizzato e un violento, e in quel periodo lei fu introdotta all’uso di cocaina dalla sorella di lui. All’età di 24 anni, Melissa e Guadalupe avevano già 5 bambini, poi il marito la abbandonò, lasciandola da sola a mantenere la sua famiglia. Vulnerabile e abbandonata, Melissa ben presto finì tra le braccia di un altro uomo violento: Robert Alvarez, con la quale ebbe altri sette bambini, in uno stato di povertà estrema (spesso senza dimora) in cui Melissa faceva uso di cocaina per evadere dalla realtà. Per i casi di violenza di Robert verso Melissa e la situazione di precarietà, la famiglia fu segnalata ai servizi sociali, che presero in affidamento i bambini più piccoli. Già a quell’epoca a Melissa venne diagnosticata la distimia e l’abuso di cocaina, ma nella numerosa documentazione dei servizi sociali non vi è mai stato un caso di violenza di Melissa contro i suoi figli. Melissa riottenne dopo un anno la custodia dei bambini, tra cui c’era Mariah, che aveva solo due anni. La famiglia era riuscita a creare una situazione stabile e con Robert avevano trovato una casa più grande in cui trasferirsi. Tuttavia, durante il trasferimento, uno dei figli disse di aver visto Mariah cadere dalle ripide scale esterne del vecchio appartamento. Dopo due giorni Mariah, in seguito a alcuni sintomi blandi, andò a dormire e non si svegliò mai più. I paramedici che hanno raggiunto la famiglia hanno descritto Melissa come distante e apatica. Nonostante fosse sveglia da più di dodici ore, fu portata alla caserma della polizia e interrogata per circa cinque ore senza che mai le si offrisse di mangiare, bere o riposarsi. In particolare, i poliziotti hanno utilizzato tecniche di interrogatorio coercitive tra cui la “massimizzazione” e la “minimizzazione”.  Molti esperti hanno criticato queste tecniche in quanto aumentano il rischio di false confessioni da parti innocenti, in particolare da persone suggestionabili. I poliziotti hanno fatto molto affidamento sulla “massimizzazione”, una tecnica in cui l’investigatore afferma con forza la colpevolezza dell’interrogato e respinge le sue ripetute affermazioni di innocenza, sostenendo che le forze dell’ordine sanno già e hanno prove conclusive della colpevolezza dell’individuo[2]. Tutto ciò è inteso ad amplificare i sentimenti di ansia, impotenza e isolamento. Nelle prime ore del suo interrogatorio, Melissa ha ripetutamente negato qualsiasi coinvolgimento nella morte di Mariah e qualsiasi abuso ai suoi figli. Eppure i poliziotti hanno continuato a insistere che fosse responsabile della morte di Mariah e dei traumi fisici presenti sul suo corpo[3]. Hanno respinto la spiegazione di Melissa che Mariah era caduta dalle scale, le hanno mostrato una foto di sua figlia solo poche ore dopo la sua morte e hanno costretto Melissa a colpire più volte un bambolotto nel presunto modo in cui aveva abusato di Mariah. Ogni volta che Melissa mostrava loro con che forza sculacciava Mariah, gli interrogatori non erano soddisfatti, spingendola a colpire il bambolotto con più forza. La “minimizzazione”, invece, consiste nel manipolare una persona accusata per farle sentire che confessare è nel suo migliore interesse, mostrando simpatia, sminuendo la sua presunta colpevolezza e in generale implicando che una confessione sarà seguita da una clemenza. Nel caso di Melissa, uno dei poliziotti ha finto simpatia, in contrasto con l’aggressività delle altre tecniche utilizzate su di lei. Seduto vicino, con la faccia a pochi centimetri dalla sua, le disse che gli interrogatori erano lì per aiutarla a “tirare fuori la verità” e a dare “spiegazioni”. Durante l’interrogario, Melissa risultava anche distante, dissociata dalla realtà: lontana dal fatto che, nella situazione in cui si trovava, avesse perso uno dei suoi figli. Esausta e stressata dopo oltre diciannove ore di veglia e cinque ore di intenso interrogatorio, in profondo lutto per la morte di Mariah, intorpidita e dissociata, Melissa alla fine capitolò alle affermazioni del suo interrogatore, dicendo “I guess I did it“. Contrariamente a quanto la polizia e l’accusa hanno poi sostenuto davanti alla giuria, le ammissioni forzate di Melissa erano semplicemente un’altra manifestazione del suo trauma piuttosto che un’indicazione della sua reale colpevolezza. Dopo l’interrogatorio, lo Stato del Texas l’ha accusata di omicidio per la morte di Mariah. Al processo, l’accusa si è concentrata sulla (falsa) confessione di Melissa e sulle percezioni della polizia relativamente alle sue reazioni nella notte della morte di Mariah. L’accusa, tramite diverse testimonianze, ha raccolto e amplificato le descrizioni e le interpretazioni del suo comportamento, compresa la sua mancanza di emozioni, assurta a prova dell’addebito. Davanti alla giuria, uno dei poliziotti chiamati ad interrogare valutò il comportamento di Melissa, contrapponendo il suo comportamento freddo e distaccato, influenzato dal trauma, a quello di coloro che sono effettivamente innocenti, testimoniando – senza alcuna qualifica relativa all’interpretazione del linguaggio verbale o corporale – che le persone innocenti si comportano diversamente. 

Nonostante la pesante enfasi dell’accusa sul comportamento di Melissa intorno alla morte di Mariah e durante l’interrogatorio, la Corte ha precluso alla difesa la possibilità di controbattere quella testimonianza non qualificata con la consulenza di un esperto, che avrebbe fornito una visione informata e contestualizzata del comportamento di Melissa. L’avvocato di Melissa ha tentato di introdurre Norma Villanueva, un’assistente sociale clinica con una laurea e una qualifica che le permetteva di fare diagnosi e trattamento dei disturbi mentali. La qualifica di Villanueva includeva una formazione per decifrare il linguaggio del corpo. Dopo una meticolosa revisione dei registri e della storia di Melissa e dopo diversi incontri con Melissa stessa, Villanueva era pronta a riferire gli abusi subiti in passato da parte del patrigno e dei partner intimi, e su come il suo trauma, basato sul genere, avesse plasmato la deferenza e l’acquiescenza per le figure di autorità maschile, favorendo così la falsa confessione. Anche se Villanueva non ha mai avuto intenzione di pronunciarsi sulla verità o falsità della confessione di Melissa, il Tribunale ha escluso la sua consulenza, poiché non qualificata ad esprimersi sulla dichiarazione di Melissa. Successivamente, la difesa tentò di introdurre la consulenza di uno psicologo clinico autorizzato, il Dr. John Pinkerman, che aveva esaminato la documentazione di Melissa, studiato la letteratura sulla “sindrome della donna maltrattata” (batteredwoman syndrome) e sulle false confessioni e l’aveva incontrata più volte. Il dottor Pinkerman avrebbe riferito che il comportamento di Melissa, sia direttamente dopo la morte di Mariah che durante l’interrogatorio, poteva essere inteso non come un segno di colpa, ma piuttosto come il prodotto di decenni di traumi basati sul genere, la “battered woman syndrome“. Inoltre, Pinkerman avrebbe spiegato alla giuria come la storia di violenza di genere di Melissa, l’identità di madre e la necessità di proteggere i suoi figli, insieme alle condizioni aggressive del suo interrogatorio, avrebbero dovuto mettere in dubbio l’attendibilità della sua “confessione”. Il tribunale ha escluso anche il suo intervento nel processo, ritenendolo non rilevante ai fini della rilevazione della innocenza o colpevolezza di Melissa. Così, mentre la Corte ha permesso all’accusa di introdurre una testimonianza che opinava sul contegno di Melissa, nella stessa sede ha precluso alla difesa di contestualizzare tale comportamento. Privata del contributo degli esperti, la giuria ha semplicemente visto ciò che la polizia e l’accusa volevano che vedessero: una donna colpevole. Mancando l’intera storia, la giuria alla fine ha dichiarato Melissa colpevole e l’ha punita con la pena di morte. Melissa ha visto il suo diritto di difesa violato. Non solo dall’incompetenza dei suoi legali ma anche dalle Corti degli Stati Uniti che, sia a livello nazionale sia federale, hanno sempre rifiutato di rivedere i fatti del processo, dando come giustificazione il sistema di preclusioni proprio del diritto processuale penale statunitense. L’avvocato di Melissa, Peter Gilman, non ha indagato adeguatamente sulla sua difesa e non si è mosso per sopprimere la sua falsa confessione, base stessa della tesi dell’accusa, in quanto dichiarazione involontaria. Non ha presentato una mozione per sopprimere la sua falsa confessione, ha omesso di fare una richiesta tempestiva e di utilizzare adeguatamente uno specialista sulla valutazione delle circostanze attenuanti (il c.d mitigation specialist, nel caso di specie Norma Villanueva) e uno psicologo (il dottor Pinkerman). Infatti, ha richiesto e ottenuto l’approvazione della Corte sugli esperti solo due mesi prima della data originale del processo, e gli esperti hanno avuto poco tempo per esaminare il caso. Inoltre, nonostante l’incontro sia con il dottor Pinkerman che con la sig.ra Villanueva, ricevendo i risultati della valutazione psicologica e la ricchezza di informazioni disponibili (come fattori attenuanti nel caso della condanna di Melissa), il signor Gilman non è riuscito a sviluppare queste strade come prova, né a seguire le loro raccomandazioni o a presentare pienamente i loro risultati durante la fase punitiva del processo di Melissa. Dopo la condanna di Melissa, la giuria aveva due scelte: poteva condannare Melissa all’ergastolo o alla morte[4]. Il procuratore distrettuale, Armando Villalobos, era in piena campagna elettorale per la rielezione e ha scelto di perseguire personalmente Melissa, chiedendo alla giuria di condannarla a morte. Nella fase di attribuzione della pena del processo per omicidio capitale della signora Lucio, l’accusa ha caratterizzato Melissa come un mostro senza cuore che non aveva rimorsi per il suo presunto reato e che rappresentava una minaccia ingestibile, anche in carcere. Poiché Melissa non aveva precedenti di violenza, l’accusa si è basata sulla testimonianza fuorviante di alcuni “esperti” sulla sua possibilità di recidiva in prigione. Infine, ha insinuato che il racconto degli abusi sessuali di Melissa fosse falso. Successivamente, ha introdotto i registri del periodo di Melissa in carcere che documentavano le sue abitudini di riposo dopo la condanna per omicidio capitale. Notando che lei non si disperava per la perdita di Mariah, l’accusa usò questa come “prova” della sua mancanza di rimorso per la morte della figlia, continuando a travisare i sintomi della malattia mentale come prova della sua colpevolezza. Né l’accusa né la difesa hanno menzionato che, come persona affetta da PTSD e depressione, Melissa rispondeva al trauma dissociandosi, dormendo e sdraiandosi. Sottolineando la mancanza di uno sfogo emotivo evidente, l’accusa ha ancora una volta giocato sulle aspettative di genere, di come le madri “dovrebbero” rispondere al dolore. Negli anni successivi, Melissa ha cambiato avvocati e sono stati fatti innumerevoli ricorsi, soprattutto per le violazioni del suo diritto di difesa. Davanti alla Corte d’Appello del Quinto Circuito, è stato giudicato il suo reclamo in merito alla violazione del diritto costituzionale di presentare “una difesa significativa” (“meaningful defense”)[5]. Nell’opinione unanime di tre giudici, la Corte ha spiegato che le dichiarazioni incriminanti della signora Lucio durante l’interrogatorio erano la prova più significativa, dato che non c’erano prove fisiche o testimonianze che stabilissero direttamente che la signora Lucio avesse abusato di Mariah o di uno dei suoi figli, né tanto meno che avesse ucciso Mariah. Ciononostante, dopo che il Texas ha fatto appello alla decisione, il Quinto Circuito, seduto en banc[6], ha ribaltato la sentenza. Il ragionamento della Corte si basava sulle limitazioni procedurali stabilite ai sensi dell’Anti-Terrorism and Effective Death Penalty Act (AEDPA)[7]. La corte en banc, composta da diciassette giudici, ha emesso una decisione nettamente divisa. Mentre dieci giudici hanno concordato che l’AEDPA vietava la possibilità di rivedere i fatti del caso di specie, nessuna maggioranza ha concordato sul ragionamento dietro la negazione relativa alla revisione. Il giudice Southwick (che si è espresso nella concurring opinion, quindi concordando con i giudici della maggioranza) ha tuttavia ritenuto che l’esclusione degli esperti su Melissa fosse “la decisione probatoria chiave al processo” e ha concluso che il caso della signora Lucio “è un chiaro esempio del fatto che la giustizia verso un imputato può richiedere una revisione più completa delle decisioni probatorie del tribunale statale di quanto sia attualmente consentito dalla legge“[8]. D’altra parte, i sette giudici dissenzienti hanno sottolineato l’importanza della testimonianza esclusa per spiegare il background di Melissa[9]. Uno dei giudici contrari al ribaltamento ha così riassunto l’ingiustizia del rifiuto della Corte di concedere a Melissa un nuovo processo: “Una donna maltrattata è stata condannata per omicidio capitale perché, in un caso privo di prove dirette, i procuratori hanno detto alla giuria che, dopo cinque ore di interrogatorio, nel bel mezzo della notte dopo la scoperta della sua figlia morta, la signora Lucio ha accettato il suggerimento di un esperto interrogatore di essere responsabile, concordando alla fine con lui che “è stata lei” […] Ciò che viola la nostra Costituzione […] è il tentativo riuscito del governo di escludere l’unica risposta della signora Lucio sul vero motivo per cui potesse arrendersi, ossia che una vita di abusi l’aveva resa acquiescente, desiderosa di compiacere e di accettare la responsabilità, e di evitare il confronto“. Successivamente a tale decisione, l’ultima possibilità era portare il caso davanti alla Corte Suprema, sollevando una violazione del diritto di difesa a livello costituzionale. Dopo l’ennesimo rifiuto della Corte Suprema di rivedere il caso, in assenza di altri rimedi, la pena di morte è stata fissata il 27 aprile 2021.

La storia di Melissa, sia quella della sua vita sia quella “processuale”, non è l’unico elemento che desta stupore davanti ad un lettore italiano. Lo sono anche le condizioni carcerarie che ha dovuto subire nei suoi quattordici anni in death row. Melissa è stata tenuta in isolamento per tutta la durata della sua pena. Il Texas Department of Criminal Justice (TDCJ) ha deliberatamente scelto di tenere Melissa in isolamento per un periodo indeterminato, privandola del contatto umano e imponendo condizioni di vita che nessun essere umano dovrebbe sopportare. Il TDCJ ha adottato una politica che impone che i detenuti del braccio della morte siano alloggiati in segregazione amministrativa di massima sicurezza (“Maximum Security Administrative Segregation”) per la natura della loro pena, non per il loro comportamento. Negli ultimi quattordici anni, Melissa ha trascorso almeno ventitré ore al giorno in una stanza di mattoni e cemento delle dimensioni di un parcheggio, con stimoli educativi o ambientali minimi.  La sua cella ha una piccola finestra che è sbarrata e coperta da un vetro che rende quasi impossibile vedere qualcosa all’esterno. La cella comprende un letto stretto costituito da una struttura metallica e un sottile materasso. Un lavandino d’acciaio e un wc sono a un braccio di distanza dal suo letto. Una piccola scrivania è imbullonata al muro, insieme ad un piccolo sgabello imbullonato al pavimento. Non le è permesso di appendere foto, lettere o persino un calendario. All’interno della sua cella, Melissa non ha accesso alla televisione, alle opportunità educative, o alla ricreazione regolare, trascorre quasi tutto il suo tempo inattiva, scrivendo lettere o leggendo una selezione limitata di libri. In Texas, ai detenuti del braccio della morte non sono permesse visite di contatto per nessun motivo, così Melissa non ha mai toccato o tenuto in braccio i suoi nipoti. Molti di loro sono nati mentre lei era in prigione. Solitamente, i suoi visitatori devono rimanere dietro ad un muro di plexiglass. In quattordici anni, a Melissa non è stato permesso un solo contatto consensuale con le persone che ama. L’edificio della prigione contiene detenuti nel braccio della morte e detenuti sottoposti a segregazione amministrativa o protettiva; questo include donne che soffrono di disturbi mentali estremi o psicosi, donne a rischio di suicidio e donne che la prigione ha identificato come pericolose per la popolazione carceraria comune. Solo le docce e un cancello d’emergenza separano il braccio della morte dalle dieci “celle di crisi” che ospitano queste donne. Così, Melissa sente urla, imprecazioni, colpi e porte sbattute in tutta la prigione. E’ spesso esposta agli agenti chimici nell’aria, usati per sottomettere i prigionieri che si ritiene si comportino male anche due o tre volte in un solo giorno. Questi rumori e odori spesso impediscono a Melissa di dormire, concentrarsi, avere conversazioni, pensare chiaramente. Le urla e le grida penetranti delle detenute spesso la tengono sveglia: ogni singola notte negli ultimi quattordici anni, Melissa si è svegliata più volte a causa dell’eccessivo rumore nell’edificio della prigione. Nonostante l’abbondanza di ricerche sugli effetti dell’isolamento, non si sa ancora bene cosa facciano quattordici anni di isolamento ad un essere umano. Ad ogni modo, alcuni dati si hanno: i suicidi nel braccio della morte in Texas sono comuni, ce ne sono stati otto fino al 2004[10]. Molte persone nel braccio della morte si sentono così impotenti, isolate e piene di ansia che si “offrono volontari” per l’esecuzione[11]. Inoltre, Melissa ha subito un ulteriore trauma quando ha scoperto di essere incinta e di dover partorire in carcere. Quando ha visitato l’ospedale, doveva sempre essere ammanettata a letto, con le gambe legate e una cintura sulla pancia. È stato così fino al settimo mese, dopodiché è stata ammanettata solo alle braccia. Durante la sua gravidanza, ha sofferto di intensi sbalzi d’umore: sentiva un legame con il suo bambino ma era sopraffatta dalla paura per il suo futuro. Al settimo mese di gravidanza, ha scoperto di avere due gemelli.  Non aveva il permesso di avvisare la sua famiglia quando entrava in travaglio, né di avere nessuno di loro presente durante il parto, compreso il padre dei gemelli. La sua unica compagnia era una guardia carceraria. Dopo un parto cesareo d’emergenza, le è stato permesso di passare quattro giorni con i suoi bambini mentre era in convalescenza in ospedale. In seguito, ha dovuto dare i suoi figli in adozione e ha perso ogni contatto con loro. Lo Stato del Texas ha condannato la signora Lucio a morire per iniezione letale. Anche se l’attuale protocollo del Texas richiede che i prigionieri siano giustiziati con pentobarbital, non è chiaro come il Texas intenda procurarsi i farmaci per eseguire l’esecuzione della signora Lucio. Infatti le compagnie farmaceutiche negli Stati Uniti non producono più tale medicinale. Il Texas potrebbe cercare di ottenere il pentobarbital da una farmacia galenica, che creerebbe un farmaco miscelato propriamente per l’esecuzione. Spesso tali farmaci hanno risultati problematici[12]. In passato, il Texas ha ottenuto pentobarbital preparato e ha fornito alla Virginia tre dosi del medicinale che ha acquistato da una farmacia galenica[13]. Dopo che molte aziende farmaceutiche hanno smesso di fornire alle prigioni i farmaci usati nelle iniezioni letali per prendere le distanze dalla pena capitale, il Texas ha approvato una legge che protegge l’identità di “qualsiasi persona o entità che produce, trasporta, testa, procura, compone, prescrive, dispensa, o fornisce una sostanza o forniture usate in un’esecuzione“[14]. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha affermato che i prigionieri hanno l’onere di dimostrare l’incostituzionalità di un particolare metodo di esecuzione. In Glossip v. Gross, la Corte ha affermato che il prigioniero deve stabilire “che qualsiasi rischio di danno [dal protocollo di esecuzione contestato] è sostanziale se confrontato con un metodo alternativo di esecuzione conosciuto e disponibile“[15]. L’approccio degli Stati Uniti è in contrasto con gli standard internazionali dei diritti umani relativi all’applicazione della pena di morte e grava ingiustamente sul prigioniero, soprattutto tenuto conto che il diritto alla vita è la pietra miliare di tutti i principali strumenti dei diritti umani[16]. Melissa non ha modo di sapere dove il Texas otterrà i farmaci per effettuare la sua esecuzione. L’incerta provenienza di questi farmaci e la probabilità che siano prodotti da una farmacia galenica o ottenuti da un fornitore sconosciuto e non controllato crea un rischio inaccettabile. Il pentobarbital è un barbiturico che arresta le funzioni cerebrali[17]. Ha pochi usi autorizzati negli esseri umani; è usato negli Stati che permettono il suicidio assistito dal medico e come anestesia o eutanasia per gli animali [17]. La FDA non verifica la sicurezza, l’efficacia o la qualità dei farmaci composti[18], e la natura non regolamentata del loro mercato aumenta enormemente i rischi associati al loro uso[19]. I farmaci composti sono spesso contaminati, e ciò comporta che il farmaco reagisca in modi inaspettati[20]. Per esempio, un esperto ha notato che l’iniezione letale con una forma contaminata e composta di pentobarbital può causare al prigioniero “la sensazione che [le sue vene siano] raschiate con carta vetrata mentre muore“[20]. Il bene in pericolo, la vita delle persone, è troppo importante e fondamentale da essere messa in pericolo da una pena così simbolica, così antiquata, così distante dal mondo in cui vogliamo vivere. Melissa potrebbe morire mercoledì 27 aprile. È stato mandato dai suoi legali un appello per la grazia[22]. Diverse associazioni stanno raccogliendo firme e consigliando come muoversi per evitare la sua esecuzione. Una firma è un piccolo gesto, ma insieme possiamo mandare un segnale per richiedere che queste pene siano viste nella loro natura di pene degradanti e, una volta per tutte, abolite. 

Campagna di Innocence Project: https://innocenceproject.org/petitions/stop-execution-of-innocent-melissa-lucio-texas/

Campagna del Partito Radicale:https://www.partitoradicale.it/appello-per-la-grazia-di-melissa-lucio/

Campagna di Amnesty International:https://www.amnesty.it/appelli/condannata-a-morte-sulla-base-di-prove-inaffidabili-fermiamo-lesecuzione-di-melissa-lucio/


[1] Death Penalty Information Center, Facts about Death Penalty, ultimo accesso 24 aprile 2022, disponibile al link.
[2] Per maggiori informazioni, è possibile leggere gli Amici Curiae Briefs pubblicati da diverse associazioni davanti alla Corte Suprema, si veda il link.
[3] Il corpo di Mariah è stato trovato profondamente tumefatto, cosa che può risultare da ripetuti abusi, ma anche da una emorragia cerebrale in cui il cervello smette di funzionare qualsiasi piccolo trauma può portare a lividi intensi.
[4] Il processo è infatti “biforcato”, una prima fase del procedimento valuta la colpevolezza o meno dell’imputato e la seconda il tipo di pena.
[5] Lucio v. Davis, 783 F. App’x a 315.
[6] Ossia una decisione presa dalla totalità dei giudici del Quinto Circuito.
[7] Lucio v. Lumpkin, 987 F.3d a 451.
[8] Lucio v. Lumpkin, 987 F.3d a 451 (Southwick, J., concurring, a 58).
[9] Lucio v. Lumpkin, 987 F.3d a 492-93 (Higginbotham, J., dissenting).
[10] Texas Moratorium Network: Working Against the Texas Death Penalty, Suicides on Texas Death Row, (May 26, 2013), disponibile al link
[11] Più del dieci per cento delle persone nel braccio della morte in Texas dal 1976 lo ha fatto. ACLU, A DEATH BEFORE DYING: SOLITARY CONFINEMENT ON DEATH ROW, 8 (July 2013), disponibile al link.
[12] FDA, Compounding and the FDA: Questions and Answers, disponibile al link.
[13] Wash. Post, Texas finds more lethal injection drugs after all, disponibile al link; Wash. Times, Texas provides Virginia lethal injection drugs ahead of pending executions, disponibile al link.
[14] TEX. CRIM. PROC. CODE. ANN. ART. 43.14.
[15] Glossip v. Gross, 576 U.S. 863, 878 (2015).
[16] È stato stabilito che nei procedimenti sulla pena di morte, l’onere rimane a carico dell’accusa durante tutta la fase di colpevolezza e di condanna.  Non spetta mai alla difesa dimostrare che la morte non è la pena appropriata. Piuttosto, l’accusa deve provare oltre ogni ragionevole dubbio l’esistenza di qualsiasi fattore aggravante nel caso e deve negare oltre ogni ragionevole dubbio qualsiasi fattore attenuante invocato dal prigioniero. Vedi, ad esempio, S v. Makwanyane and Another 1995 (3) SA 391 (CC) a 46 (S. Afr.); Moise v The Queen (unreported), Crim. App. No. 8 del 2003, Eastern Caribbean Court of Appeal, a 17; Pipersburgh v R, [2008] UKPC 11, a 32.
[17] N.Y Times, What’s in a Lethal Injection ‘Cocktail’?, disponibile al link.
[18] FDA, Compounding and the FDA: Questions and Answers, disponibile al link.
[19] Aljazeera, New lethal-injection drugs raise new health, oversight questions, disponibile al link.
[20] Mother Jones, New Lethal Injections Could Cause Extreme Pain, Make Deaths “Drag On” for Hours, dispinibile al link.
[21] Si veda il link.
[22] Al seguente link.