Abbiamo raggiunto telefonicamente Marco Cappato, politico e attivista, che, all’indomani della sua firma all’appello di Europa Radicale “Un sì al referendum, non al Governo”, ci spiega in esclusiva le ragioni per cui voterà Sì all’imminente consultazione referendaria del 22-23 marzo.
*crediti foto in calce all’articolo
Nella giornata di ieri Lei ha firmato l’appello di Europa Radicale: “Un sì al referendum, non al Governo”. Ci spiega le ragioni che l’hanno portata a questa adesione?
Intanto faccio una premessa, che spiega anche la ragione per la quale ho tardato tanto, non a decidere, ma a comunicare la decisione, perché per me è una premessa molto importante. In questo referendum è stato violato il diritto fondamentale dei cittadini a essere correttamente informati, a conoscere per deliberare. È stato completamente cancellato il ruolo, innanzitutto, del servizio pubblico radiotelevisivo e delle istituzioni in generale, nel fornire un’informazione equilibrata e corretta sul tema del referendum, e non sulla rissa politica che si è scatenata attorno. Faccio un esempio concreto: in Svizzera, a ogni referendum, i cittadini ricevono a casa per posta un opuscolo neutro con le ragioni di entrambe le parti, e c’è uno sforzo di concentrare l’informazione pubblica sul merito e su quali siano esattamente gli obiettivi del quesito. Questo avrebbe dovuto essere fatto anche da noi, con tribune elettorali non in orari improponibili, ma in fasce di massimo ascolto, con conduttori capaci di imporre un dibattito sugli obiettivi del referendum. Questa premessa per me è molto importante, perché porta poi alla qualità indecente delle argomentazioni che sono state quelle prevalenti, da una parte e dall’altra. Abbiamo sentito dire che bisogna votare sì perché altrimenti i giudici liberano i pedofili, e abbiamo sentito dire che bisogna votare no perché altrimenti la magistratura è assoggettata al governo. E queste cose le abbiamo sentite dai massimi responsabili politici, da una parte e dall’altra. Detto ciò, la ragione del mio sì riguarda un tema sul quale sono impegnato da quando, una trentina di anni fa, ho iniziato a fare iniziativa politica con il Partito Radicale, che già dagli anni ’80 aveva come obiettivo una riforma complessiva della giustizia, comprendente anche la separazione delle carriere e la riforma del sistema elettorale del CSM. Le motivazioni di fondo sono chiare e positive. Da una parte, l’effettiva terzietà del giudice: perché, se è anche vero che sono ormai pochissimi i cambi di carriera tra pubblico ministero e giudice e viceversa, il fatto che si tratti comunque di magistrati che condividono tutto il resto all’interno dello stesso CSM – anche le politiche di scelte organizzative della magistratura – li porta ad appartenere a una stessa comunità, a un medesimo sentire nella relazione con le istituzioni. Dall’altra parte, il sistema elettorale del CSM ha riprodotto nella magistratura le stesse dinamiche dei partiti e della partitocrazia: una divisione in correnti che hanno presto, e da molto tempo, perso di vista la priorità dell’interesse del cittadino e degli stessi magistrati nell’amministrazione della giustizia. Esattamente come i partiti hanno perso da tempo la priorità del bene comune e dell’interesse dei cittadini, prevalgono le logiche di potere nelle loro strategie. Lo stesso avviene per le correnti della magistratura. È quindi fondamentale provare a selezionare i componenti del CSM attraverso procedure slegate da scontri di potere, come il meccanismo del sorteggio, che non è una stramberia o un’invenzione recente, ma uno strumento già utilizzato nell’antica Grecia per garantire che il rappresentante fosse pienamente libero nell’esercizio del suo mandato e non dovesse servire gli interessi di una fazione che gli ha consentito di occupare quel posto. È un meccanismo che non è perfetto, ovviamente, come non lo è nessun sistema di selezione, ma personalmente lo considero adeguato e potenzialmente efficace. C’è l’obiezione secondo cui si sarebbe potuto cambiare il sistema elettorale attraverso una legge ordinaria: è vero, ma oggi abbiamo questa possibilità, e credo quindi sia importante esprimersi su questo, al di là delle considerazioni generali sulle ricadute politiche e sugli effetti che l’esito del referendum potrebbe avere sull’uno o sull’altro schieramento.
In molti hanno criticato il fatto che si rimettesse ai cittadini una scelta che richiede una formazione tecnica. Al di là del fatto che la critica è strumentale, visto che parliamo di un meccanismo previsto dalla stessa Costituzione laddove non si raggiungano i numeri necessari, secondo Lei davvero i cittadini non sono in grado di esprimersi su temi che hanno delle ricadute concrete sulle loro vite?
Assolutamente. Per questo i cittadini avrebbero dovuto essere correttamente informati, innanzitutto. Dopodiché, anche il voto elettorale nella democrazia rappresentativa è un voto rispetto al quale, teoricamente, un cittadino dovrebbe mettere a confronto i programmi di dieci o quindici partiti diversi: un’operazione molto complessa. Perché allora un cittadino dovrebbe essere in grado di orientarsi così bene in una scelta complessa come quella dei programmi articolati dei partiti e, invece, diventare necessariamente incapace quando si trova di fronte a un quesito, certo di natura tecnica, che può comunque essere semplificato e spiegato? È chiaro che, se invece di semplificarlo e spiegarlo si raccontano falsità da una parte e dall’altra, questo finisce per confondere le idee più che chiarirle.
Di recente, Lei ha pubblicato un video sul referendum dell’87 sulla battaglia dei radicali e di Enzo Tortora sulla responsabilità civile dei magistrati. Nonostante i risultati di allora, ancora oggi i magistrati sembrano poco responsabili rispetto al loro operato quando commettono un errore. Ritiene che l’Alta Corte disciplinare possa rappresentare una buona scelta?
Questo è un elemento sul quale sento di avere meno competenza diretta. Diciamo che penso sia un tentativo da fare, proprio perché, nella pratica, l’assetto attuale non fornisce adeguate garanzie. Ovviamente, il tema della responsabilità dei magistrati si affronta più direttamente, più che con l’Alta Corte, attraverso il meccanismo di esercizio della responsabilità civile dei magistrati stessi. La speranza è che si possa arrivare a realizzare una riforma complessiva della giustizia. Personalmente ritengo che il tema dell’obbligatorietà dell’azione penale, cioè il suo superamento, sia un passaggio indispensabile per riuscire a realizzare una riforma radicale della giustizia. Anche sull’Alta Corte si tratta di un tentativo che spero possa andare nella giusta direzione.
Un invito a chi ci leggerà in vista del voto del 22 e 23 marzo?
Nella mia newsletter ho invitato tutti ad andare a studiare una presentazione il più possibile neutra e di farsi una propria idea. Io, dalla mia, ritengo che, per l’obiettivo di rafforzare la terzietà del giudice e di diminuire la presa dell’effetto del potere delle correnti nel CSM, bisogna votare sì. Il mio invito è quindi di votare sì.
*foto ricavata da Associazione Luca Coscioni
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