Cosa è successo nelle carceri italiane e perché? Quali le possibili misure per affrontare la piaga del sovraffollamento carcerario? Cronaca e proposte, per descrivere e combattere miopia e astigmatismo di politica e istituzioni sulle carceri.

Tra il 9 e il 10 di Marzo sono state ben ventisette le case circondariali che si sono rese teatro di numerose proteste, rivolte e sommosse per un bilancio di quindici morti (pare per overdose, ma si è in attesa di conferme e ulteriori verifiche) diciannove evasi quaranta agenti feriti e danni complessivi per trentacinque milioni di euro.

Prima dello scoppio delle rivolte il Ministero della Giustizia l’8 di Marzo è intervenuto per impedire e limitare la diffusione del COVID-19  in carcere attraverso una circolare che anticipato il decreto di Giuseppe Conte (del 12 Marzo) sospendendo i colloqui, precisamente “dal 9 al 22 marzo 2020, i colloqui con i congiunti o con altre persone cui hanno diritto i condannati, gli internati e gli imputati,  verranno svolti a distanza, mediante, ove possibile, apparecchiature e collegamenti di cui dispone l’amministrazione penitenziaria e minorile o mediante corrispondenza telefonica, che può essere autorizzata oltre i limiti della normativa vigente”. In seguito, nella stessa giornata del DPCM è stata comunicata una seconda disposizione che  considerava la possibilità da parte della  magistratura di sorveglianza di sospendere, fino al 31 maggio 2020, la concessione dei permessi premio e del regime di semilibertà, notizia che ha creato un certo malcontento tra i detenuti di tutta Italia.

Detto ciò vi è senza dubbio una moltitudine di fattori da considerare: le modalità con cui la comunità carceraria è stata informata delle nuove misure restrittive, il ricovero di un agente penitenziario in servizio presso il carcere di Vicenza risultato positivo al Covid-19, i mezzi poco idonei a soddisfare le varie esigenze igienico-sanitarie in condizioni di normalità, figuriamoci nel caso di scoppio dell’epidemia in carcere. Sarebbe agevole proporre anche solo una di queste ultime come la causa principale dei fatti avvenuti, ma non si può non considerarli sistematicamente, nel loro complesso, come cause tra loro concatenate e collegate. La verità è che il sovraffollamento carcerario è strutturale nel nostro sistema e il Corona virus è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso ed evidenziato tutte le fragilità e falle dell’universo penitenziario.

Le statistiche dell’amministrazione penitenziaria la comunità detenuta presente al 31 gennaio 2020 è di 60.971, a fronte di 50.900 posti disponibili. Il nostro Ministro della Giustizia, tenendo fede al proprio cognome patronimico, sottostima la tematica del sovraffollamento. Una neoplasia che rende l’Italia, già con la sentenza Torreggiani adottata  dall’8 gennaio 2013 dalla Corte di Strasburgo, uno dei paesi sicuramente più “contagiati” in termini di violazione dei diritti e della dignità dell’individuo. Attualmente ciascun detenuto condivide la propria cella detentiva con almeno altri due compagni. Venendo meno lo spazio minimo, non garantito, di 3mq per persona, è complesso immaginare il rispetto di una delle misure restrittive imposte come quella di mantenere il metro di distanza per evitare la diffusione del virus.  La risposta a tale emergenza sanitaria da parte del dicastero è stata dare avvio alla distribuzione di centomila mascherine presso gli istituti penitenziari. Un primo passo, ma non sufficiente. Le misure alternative sembrano essere, dunque, una delle vie percorribili: in particolare la detenzione domiciliare fino a due anni o eventualmente anche la liberazione anticipata speciale per quei detenuti a fine pena, cui rimangano due o tre mesi da scontare. Riccardo Polidoro, avvocato e responsabile dell’Osservatorio Carcere dell’Unione Camere Penali Italiane ha rilasciato le seguenti dichiarazioni: “È già possibile ricorrere a pene alternative, il problema sono, come sempre, i lunghi tempi della giustizia. Il Tribunale di Sorveglianza è sotto organico e può impiegare sette o otto mesi per emettere un’ordinanza, a volte anche di più. Se si considera che in Italia 8.682 detenuti scontano una pena residua inferiore a un anno, spesso le persone terminano la loro pena prima di vedere esaminata dalla magistratura la propria richiesta di misure alternative al carcere”. Anche i Radicali italiani hanno chiesto di intervenire sugli 8000 e oltre detenuti in fine pena. Non poteva non intervenire l’associazione Antigone nel dibattito e le sue proposte consistono nel trasformare la semilibertà in un affidamento in prova ai servizi sociali, permessi premio, licenze di due settimane come stanno facendo a Napoli.  Provvedimenti piccoli che avrebbero un risultato immediato. 

Rita Bernardini e Nessuno tocchi Caino insistono sull’indulto e sull’amnistia, istituti che tuttavia, in questi ultimi giorni, hanno preso per molti l’epiteto di blasfemia. Nel Luglio 2006 è stato approvato dal Parlamento con ampia maggioranza trasversale un provvedimento di indulto per pene detentive non superiore ai tre anni e fino a 10.000 euro per le pene pecuniarie riducendo così la comunità detenuta a 39.005 utenti. Fu prevista la revoca del beneficio in caso di commissione di un delitto, escludendo le contravvenzioni, tale da comportare una considerevole condanna e  gli effetti post-indulto raccolsero sia dati positivi che ‘negativi’. E’ stato segnalato, da un resoconto pubblicato dal D.A.P., che nei primi 5 mesi il tasso di recidiva è stato dell’12,9% contro una media superiore al 30% nei precedenti provvedimenti. Nonostante ciò, la pleura svuotacarceri ebbe breve durata. Già dal secondo semestre del 2009 il fenomeno del sovraffollamento si ripresentava in auge.

La situazione suggerirebbe di intervenire anche con questi istituti di clemenza, ma data l’attuale situazione politica è quasi impossibile che ciò avvenga: per indulto e amnistia è infatti necessaria la maggioranza dei due terzi dei componenti di entrambe le camere. 

Un altro tema da affrontare in merito alla questione è quello della figura e del ruolo che il corpo di Polizia Penitenziaria riveste nel nostro ordinamento. Il personale di sicurezza ha a sua disposizione circa 32.330 agenti in servizio. Un numero che in rapporto a quello dei detenuti potrebbe creare sgomento (anche se nettamente superiore rispetto a quello degli educatori e degli assistenti sociali che sono poche centinaia. E la funzione rieducativa della pena? 

A parlarci più nel dettaglio della figura in questione è un agente di polizia penitenziaria: che chiede di restare anonimo. “Unire la figura dell’agente di sicurezza con quella di educatore sociale potrebbe essere una via, forse prematura per questi tempi, ma credo fermamente in essa. Il detenuto dovrebbe vedere l’agente come un punto di riferimento e non come un qualcosa di negativo, da allontanare. Spesso la nostra funzione si riduce alla mera logistica nel tener conto delle entrate ed uscite dalla sezione. Che utilità ha questo? Creare un senso di pregiudizio, ulteriore a quello del magistrato, non fa bene a noi e non fa bene ai detenuti. Il suicidio in carcere è un fenomeno che investe non solo gli utenti ma anche  noi guardie. E’ ora di togliersi la divisa e non di giocare al Grande Fratello di Orwell”. Un’opinione originale, di certo non maggioritaria tra gli agenti. 

In conclusione, se è doveroso condannare gli atti violenti e distruttivi posti in essere negli scorsi giorni nelle carceri, è altrettanto importante ragionare su soluzioni adeguate per combattere il fenomeno del sovraffollamento e contrastare il crescente disagio delle nostre strutture. La risposta violenta di alcuni detenuti non può, infatti, divenire la scusa per non affrontare il problema (vedere, su questo, le ultime dichiarazioni del Ministro). In tal senso  assistiamo già alle prime misure concrete: nella nota, firmata dal nuovo direttore generale dei detenuti per il DAP Giulio Romano, indirizzata ai Provveditori regionali si evince che, “al fine di garantire il prosieguo dei percorsi scolastici in corso verrà garantito lo svolgimento di esami di laurea, esami universitari e colloqui didattici tra docenti e studenti detenuti, sia appartenenti ai regimi di media sicurezza che di AS3 (Alta sicurezza 3), mediante videoconferenza e/o Skype”. Inoltre “allo scopo di limitare il disagio dei detenuti”, si consentirà “l’uso della posta elettronica per comunicazioni con i docenti, familiari e fra detenuti di diverse sezioni”. “Durerà per il solo periodo di emergenza COVID-19, ma – spiega il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia – è la fine di un tabù: finalmente i detenuti entrano nel mondo digitale!”. Un primo passo in avanti.