Il 25 Maggio scorso George Floyd perdeva la vita, strangolato da un agente di polizia dello stato del Minnesota. Due giorni fa, a tre mesi dai fatti di Minneapolis, si è verificato un nuovo probabile caso di abuso poliziesco, sul quale sono già state aperte le indagini: Jacob Blake, cittadino americano della città di Kenosha, Wisconsin, è stato colpito alla schiena da diversi colpi di arma da fuoco esplosi da due agenti mentre rientrava in macchina dopo una lite familiare. I casi di violenza in divisa non cessano negli Stati Uniti, dove già da fine Maggio ha (ri)preso vita un incessante e incendiario dibattito sulla annosa questione della police brutality. Perciò, risulta ancora oggi importante – ma purtroppo insufficiente- domandarsi, come diceva caustico e scenico Mike Vargas a Quinlan, nella famosa pellicola di Orson Welles “Touch of Evil” : “chi comanda, dica, il poliziotto o la legge?”

Il 25 Maggio scorso George Floyd perdeva la vita, strangolato da un agente di polizia dello stato del Minnesota, nella città di Minneapolis. Venti dollari, per la precisione una banconota falsa da venti dollari usata in drogheria, è costata al cittadino afroamericano la vita. L’ha persa così, in otto minuti, ammanettato, con il volto schiacciato sull’asfalto e soprattutto con il collo pressato da un ginocchio, per spezzargli il respiro. E’ da quel giorno che negli Stati Uniti ha (ri)preso vita un incessante e incendiario dibattito, sulla annosa questione della police brutality, un fenomeno ormai tristemente consolidato (la vicenda Floyd si può in effetti considerare come la goccia che ha fatto traboccare un vaso già stracolmo) e che, numeri alla mano, colpisce soprattutto la comunità afroamericana e quella dei latinos. Dalle richieste di tagliare i fondi alle forze dell’ordine e di richiederne una complessiva riorganizzazione, fino alla proposta radicale di abolire del tutto la polizia, il sistema di law enforcement americano è da mesi nel mirino dell’opinione pubblica e dell’eterogeneo movimento Black Lives Matter. E le riflessioni sul tema non possono che essere numerose. Dopo aver visto Floyd inerme stramazzare al suolo è lecito interrogarsi sul rapporto tra forze dell’ordine e democrazia, sul delicato equilibrio tra la cosiddetta difesa sociale e le garanzie individuali, sulla necessità, apparentemente indiscutibile, da parte dello stato di disporre del potere coercitivo e dei limiti che ad esso sono imposti, quei confini che neppure il sovrano può oltrepassare perché superiori e inviolabili da qualunque entità. Dunque, per arrivare al punto, quali sono questi limiti? Da cosa è costituito, o se preferiamo rappresentato, l’argine oltre il quale non esondare? Qual è la soglia non oltrepassabile per poter far coesistere civiltà e sicurezza? Si direbbe la legge, il principio di legalità, e così è o dovrebbe essere in un sistema davvero liberale, tale da rispettare e tutelare quei diritti fondamentali che mai dovrebbero essere sottoposti a trattamenti disumani o ingiusti, quantunque in nome di una presunta e non facilmente dimostrabile sicurezza collettiva.

Anche Mike Vargas, d’altronde, la pensava più o meno così in “Touch of Evil” (“l’Infernale Quinlan”, nella traduzione italiana), pellicola in bianco e nero di Orson Welles del 1958 (notissima, tra gli altri meriti, per il suo piano sequenza iniziale, entrato a far parte della storia del cinema). Proprio parlando con Quinlan, un capitano di polizia senza scrupoli, rude, che ha l’abitudine di esagerare col whiskey e che soprattutto se ne strafrega delle garanzie e della legge- tanto che è specializzato nella fabbricazione di false prove pur di incastrare i malcapitati che finiscono nelle sue grinfie-, Mike Vargas, poliziotto messicano giunto negli Stati Uniti per seguire un caso, risponde alle nostre domande. Durante una discussione, infatti, dopo aver assistito al “metodo Quinlan”, sfiderà il maramaldo agente dicendogli che “nei paesi liberi, il poliziotto fa rispettare la legge, e la legge protegge tanto il reo che l’innocente”. A quel punto l’agente di polizia, interpretato tra l’altro dallo stesso Welles, cerca così di giustificarsi rispondendo: “È duro il nostro mestiere…”, innescando così la risposta del suo antagonista, che mette il punto: “Non c’è dubbio che lo sia, deve essere duro. È facile solo dove comandano i dittatori: questo è il punto, Capitano. Chi comanda, dica, il poliziotto o la legge?”. Ecco, è bene rileggere questa frase e possibilmente sottoporla anche al nostro Capitano -cfr. “le forze dell’ordine hanno sempre ragione”- .

Ci si potrebbe fermare qui a questa domanda retorica, con un finale lapidario e pirotecnico, concludendo che se i poliziotti statunitensi rispettassero la legge, ciò sarebbe sufficiente ad eliminare il fenomeno della brutalità poliziesca. Ma non si può, perché nel farlo ci si accontenterebbe di una realtà che non esiste. Nei fatti, nonostante negli Stati Uniti d’America vi sia la più antica carta costituzionale ancora in vigore -nata proprio dall’esigenza di limitare il più possibile il potere del sovrano, nonché figlia tanto della cultura liberale anglosassone quanto di quella illuministica francese- le leggi e la giurisprudenza in materia di poteri di polizia e di controllo non corrispondono affatto a un paradigma autenticamente liberale. In tal senso, non è sufficiente che il poliziotto le rispetti affinché non si verifichino situazioni di eccesso o di abuso, a fronte del grande margine istituzionale e giuridico che viene conferito agli agenti nell’utilizzo della violenza o di un atteggiamento connotato da particolare aggressività. Si fa riferimento alla cosiddetta qualified immunity, alle posizioni della giurisprudenza della Corte Suprema, al forte legame istituzionale tra prosecutor e polizia, che può incentivare il rappresentante della pubblica accusa a non presentare le prove, al metodo dello stop and frisk e di molto altro (tutti aspetti che, in quest’intervista, abbiamo analizzato, approfondendo la questione sia dal punto di vista giuridico che da quello socio- politico). Certo, negli Stati Uniti gli agenti espongono sulle divise codici identificativi mentre sono in servizio e hanno agganciate addosso bodycam che ne riprendono l’operato (quando in Italia?), ma ciò non si è rivelato sufficiente. Anche davanti a prove prodotte dalle riprese o nonostante la possibilità d’identificare facilmente gli agenti coinvolti in azioni al limite della legalità, per i motivi di cui sopra, è quasi impossibile giungere a una condanna. Per questo, l’ iconica frase di Vargas, al momento, è un punto di partenza ma non il punto d’arrivo negli Stati Uniti. Altrove, forse, per quanto al tema dei limiti di legge del controllo e della polizia, è possibile che basti: non oltreoceano.

In conclusione, è lecita una domanda, una provocazione, che scaturisce dalla teoria del diritto penale minimo di Luigi Ferrajoli che fa al caso nostro: negli Stati Uniti  “il costo sociale delle pene e dei mezzi di prevenzione […] è divenuto superiore allo stesso costo delle violenze che hanno lo scopo di prevenire?”. A giudicare dal numero delle vittime di brutalità poliziesca e dalle statistiche inquietanti sull’incarcerazione di massa, viene difficile rispondere di no. Anche l’Italia, sottoposta a una simile analisi, operando un confronto tra costi e benefici sociali prodotti dal sistema penale, ne uscirebbe frantumata, a pezzi. D’altronde anche “negli ordinamenti evoluti del primo e del secondo mondo, a cominciare dal nostro“, scrive sempre il filosofo del diritto, “l’arbitrio giudiziario e poliziesco prodotto dalla crisi odierna delle garanzie penali e processuali rende incerto il bilancio dei costi e dei benefici del diritto penale e perciò la sua giustificazione”. Sgomberato il campo da qualunque fantasia abolizionista, dunque, è tempo di riforme, sperando che siano ispirate all’idea del minimo sacrificio necessario, animate da una prospettiva pienamente garantista, “imponendo alle proibizioni e alle pene due finalità distinte e concorrenti, […] rispettivamente il massimo benessere possibile dei non devianti e il minimo malessere necessario dei devianti,  entro lo scopo generale della minimizzazione della violenza della società”.