Abbiamo intervistato Elisa Serafini, laureata in Economia Internazionale dopo una prima laurea in Relazioni Internazionali. Già assessore alla cultura a Genova, si è dimessa nel 2018 per contrasto con la giunta e oggi, tra le altre cose, scrive di economia, politica e innovazione per TPI ed è consulente per l’Istituto Bruno Leoni e presidente di Forum Economia Innovazione, il primo incubatore noprofit di politiche pubbliche. 

Elisa, partiamo con una domanda secca. Quali sono, a tuo avviso, i principali problemi della giustizia (penale) italiana e perché.

Da non giurista posso fornire un’analisi su temi economici e di politiche pubbliche. Il primo tema che rilevo di non funzionamento è quello dei costi: il nostro Paese investe quanto gli altri principali paesi europei, lo 0.33% del PIL, eppure i processi durano molto di più. Uno spunto è questo: abbiamo molti meno giudici e molto meno personale amministrativo, rispetto alla popolazione. Su questo dovremmo riflettere, insieme ai temi che riguardano i reati e le carceri.  

Iper-regolamentazione e burocrazia asfissiante, cultura del sospetto, controllo permanente tramite apparati vari, scarsa attitudine dei media mainstream ad approfondire e criticare le teorie dell’accusa nei processi: è una provocazione affermare che, almeno per quel che riguarda la giustizia penale, in Italia, siamo trattati come sudditi o i nostri le nostre garanzie in qualità di cittadini e individui sono pienamente rispettati a tuo avviso in tale contesto?

Temo che il trattamento da sudditi sia, purtroppo, un paragone corretto. 

A proposito di controllo e repressione statale, verso fine Febbraio hai pubblicato un articolo per TPI in cui sostenevi che, dati alla mano, l’unico modo efficace per combattere le droghe consiste nel legalizzarle. Ci racconti i risultati della tua ricerca? Quali i benefici che si trarrebbero dalla legalizzazione?

L’inchiesta nasce dal bisogno di dare delle risposte e delle soluzioni ad un problema. Oggi le droghe leggere sono illegali, la “guerra” contro la droga però non è mai stata vinta dallo Stato. Oggi ne paghiamo i costi senza averne i benefici.  Per altro la criminalizzazione delle droghe non trova alcun senso, se pensiamo a come vengono trattati altri vizi, anche più pericolosi come l’alcool o il gioco. Esistono però fortissimi interessi economici a mantenere illegali le droghe, soprattutto quelle leggere. La mia inchiesta ha dimostrato che i primi finanziatori delle battaglie contro la legalizzazione sono le società farmaceutiche che vendono psicofarmaci e antidolorifici, e società che producono superalcolici: entrambe tipologie di prodotti alternativi alla marijuana, per scopo medico o per scopo ricreativo. Personalmente, come ho già detto, per me andrebbe subito depenalizzato il consumo e lo spaccio e aperto un percorso di legalizzazione. In Portogallo questa strategia ha funzionato, è diminuito il consumo, è diminuita la spesa pubblica, ed è un caso studiato da tutta Europa. Serve informazione, responsabilità, e, piuttosto tasse che ne compensino le esternalità negative. Ma qualcosa intorno al tema delle droghe va fatto, e anche in fretta. 

Rimaniamo sul rapporto tra dati e giustizia. Le statistiche degli ultimi anni, sia dell’Istat che del Ministero dell’Interno, dicono che il numero di reati commessi è in costante calo. Gli omicidi sono in calo, in generale tutta la platea dei reati più gravi contro la persona è in calo o è comunque all’interno di un trend costante: non c’è nessuna emergenza. Alla luce di ciò, per quale motivo, a tuo parere, il tema della sicurezza è percepito come un tema centrale, fondamentale ad ogni campagna elettorale? Qual è la tua opinione da osservatrice?


La creazione di un nemico, anche immaginario, è la strategia più efficace per creare collante nella popolazione. Lo raccontava Tucidide ne “La guerra del Peleoponneso”. I nemici fanno creare alleanze, in questo caso il presunto tema sicurezza è il collante tra cittadini e classe politica. Ma è un collante costruito sul nulla, su una bugia. 

In Italia, dunque, ma non solo, pare esserci una distanza sempre maggiore tra la realtà dei fatti e la percezione soggettiva degli stessi, tra  il sentire comune e l’oggettività di quel che accade nel paese. L’esempio della giustizia in questo senso è uno dei più calzanti. Quali sono le ragioni di questo fenomeno? E’ responsabilità dei media, della politica, di noi cittadini o di tutti e tre?

E’ una domanda interessante. Ci sono gravi responsabilità dei media, e della classe politica, che spesso sui social dispensa fake news, pericolose per il loro impatto sociale. Inoltre ritengo che manchi capacità di discernere tra fenomeni correlati in modo casuale o con una causa. Per capire questo fenomeno basta cercare “correlazioni spurie” su internet, e vedere quanti fatti apparentemente correlati non lo sono affatto, e sorridere pure. A scuola non viene insegnata la logica, questo è un indice di rischio. L’insegnamento della logica a scuola è una proposte che promuoveremo con Forum Economia Innovazione 

La pandemia ha colpito nel profondo anche il nostro sistema penitenziario, un sistema già gravato e segnato quotidianamente da un tasso altissimo sovraffollamento (circa 61.000 detenuti per  circa 50.000 posti previsti sulla carta). Si può dire che quella attuale, dunque, sia un’emergenza nell’emergenza. Ritieni sufficienti le misure prese finora dal governo per contrastare il sovraffollamento ed evitare il contagio in carcere?

Assolutamente insufficienti: anche in Marocco è stata applicata un’amnistia, così come in Thailandia. Dovremmo davvero riflettere su come vengono trattati i diritti umani e civili in Italia. Le nostre carceri sono sovraffollate e non tutte le esperienze rispondono all’esigenza dello scopo rieducativo della pena. Un fallimento su cui dovremmo aprire una discussione. 

Il coronavirus ha travolto tutto, anche e soprattutto le nostre libertà individuali, in particolare quella di circolazione. In tanti invocano misure maggiormente restrittive, sanzioni più pesanti, pene esemplari, alla stregua del modello cinese. A tuo parere, c’è il rischio concreto che in periodo di emergenza si creino dei precedenti pericolosi per la nostra libertà o sono solo “capricci libertari” fini a sé stessi?

A me sembra che stiamo prendendo il peggio dal modello cinese senza prenderne i benefici: abbiamo le restrizioni ma non l’enforcement reale. Il risultato è confusione e scarsa efficacia. Mi spiego meglio: se si vieta l’uscita ma si consente “per necessità” senza specificare quante volte e dove, si limita la libertà, ma senza neanche ottenerne gli effetti sperati. Forse con maggiore coraggio e maggiore chiarezza avremmo potuto diminuire gli effetti negativi e ridurre al minimo la durata di questa restrizione. 

Per concludere, i dati ci dicono che i condannati che abbiano scontato una pena in carcere tornino a commettere reati, una volta espiata la pena, nel 68% dei casi. Da qui, sorge spontanea una domanda: è il carcere in sé ad essere criminogeno e a funzionare da “fabbrica di delinquenti” o più semplicemente è questo modello di carcere, in cui il principio della rieducazione vige solo sulla carta, a non risultare utile?

Sicuramente il carcere offre grandi occasioni di networking, almeno per chi spaccia, che ha senz’altro un profilo business-oriented, se mi si può passare il termine. Lo scopo riabilitativo e rieducativo della pena mi sembra che sia quasi del tutto inesistente. Trattiamo i carcerati come reietti della società, e così resteranno, ma una persona non integrata nel lavoro o nella società non può che tornare a delinquere. In questo dovremmo imparare da esperienze del nord Europa, dove le prigioni sono centri di riabilitazione e di insegnamento e non solo, almeno, di punizione.